tutto scorre

"Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va."
Eraclito

CHI SONO

Blogger: flash6155
Rosalba. Abito nella frattura incandescente della Dorsale medioatlantica, cammino tra il fuoco e il ghiaccio, il mio corpo è sempre altrove. Amo guardare il mondo da ogni parte della terra, per ricercare il miglior punto d'osservazione del pensiero umano: sono in continuo movimento, senza tregua, perché ogni volta, per ogni opinione e per ogni civiltà, il punto d'osservazione migliore cambia.
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sabato, 16 agosto 2008

Le radici di un cane randagio

(Dedicato a Bosa, il mio caro luogo natìo)

Cane randagio
Ogni ramo che fa ombra è la sua casa, ogni tugurio che sa di buono è la sua dimora, ogni pietra è per lui preziosa perché sorregge i suoi passi. Ha lo sguardo morbido, il pelo arruffato sopra gli arti secchi, come i campi coperti di sterpi nel tempo della calura estiva.
Guarda il tramonto come se scrutasse un leprotto, pronto ad afferrarlo prima che sgattaioli oltre il montarozzo di terra, fra i lentischi, nel buio della sua tana. Appena cala la sera, s’aggira per viottoli stretti e mura antiche, da cui pendono panni fragranti di bucato, proprio lì, ai piedi del Castello Malaspina. Riconosce qualunque angolo del suo quartiere, lo discerne dall’odore, dalle voci umane di chi non sopporta le intrusioni dei turisti ma riesce ad essere gentile con i cani. In qualche momento accetta una carezza, ciò nonostante si affeziona ai luoghi, alle persone ormai non più: troppe volte è stato abbandonato.

Bosa 1Bosa 2Bosa 3
Poi il suo passo si fa sempre più rapido, quasi voglia evitare di gravare per troppo tempo sulle pietre del selciato che sorreggono il suo peso: un peso lieve, ma lui si sente molto pesante.
Meglio allontanare la zavorra dei pensieri. Le sue tenere ciglia incorniciano una visuale mozzafiato: si sente ricco per ogni inquadratura che può sottrarre a quello splendido paesaggio bosano che si offre ai suoi occhi.

Bosa 4
In seguito su, sempre più in alto, verso l’erta che conduce al castello. Di tanto in tanto si volge ad sservare il panorama del fiume Temo e della marina attraverso gli sprazzi luminosi lasciati vuoti dalle case: è questa la sua terra, queste sono le sue radici.

Bosa 5
Infine, una corsa assetata in cima al colle di Serravalle, per raggiungere il punto in cui il presente è uguale al passato, laddove i tre vivi incontrarono i tre morti. Tra le mura del castello, all’interno della chiesetta di Regnos Altos, adesso quell’anima randagia può accucciarsi tra i banchi tarlati e rubare, ancora una volta, le splendide immagini affrescate sulle pareti, mentre alcuni giovani leggono le didascalie dei suoi dipinti
preferiti. Bosa 6
“… La leggenda dei tre Vivi e dei tre Morti, un dipinto unico in Sardegna. La leggenda narra che tre giovani nobili tornavano a cavallo dalla caccia col falco, quando in un crocicchio s’imbatterono in tre cadaveri che si avvicinarono minacciosi dicendo loro: «Eravamo quali voi siete, sarete quali noi siamo». Al che i giovani fuggirono terrorizzati.
A sinistra sono rappresentati i tre giovani nobili che rientrano da caccia, al centro San Macario che illustra le fasi della decomposizione del corpo dopo la morte: il primo ha il capo incoronato appoggiato su un cuscino in pizzo, il corpo integro ed abbigliato come i tre vivi, il secondo ha la testa ugualmente incoronata ma il cuscino su cui poggia è consumato come il corpo, ormai nudo e divorato da serpi e da un topo, il terzo è ormai ridotto ad uno scheletro”.


Bosa 7
“Tema francescano sulla vanità dell’esistenza. San Macario spiega ai principi ciò che stanno osservando ed illustra l’ammonimento biblico: «Eramus quod estis, eritis quod sumus»”.
Anche lui si sente un principe nella chiesa del suo castello, anche lui dormirà su un cuscino di pizzo. Affascinato da quella vista e dallo sciabordio delle voci che ripetono sempre la stessa leggenda, resterebbe lì ancora a lungo, ma fra un po’ i cancelli saranno chiusi ai visitatori, e poi lui è un cane randagio, ritorna nei luoghi cari, ma non si ferma. Così ripercorre a ritroso ogni suo passo: questa volta, però, non teme di sovraccaricare con il suo peso il selciato. Si avvia lentamente, pregustando il lieve
respiro di un’aria frizzante che l’indomani gli regalerà. Domani potrà catturare altre immagini tra le meraviglie del luogo in cui è nato; domani potrà gioire ancora. C’è ancora tempo per dormire sul cuscino di pizzo.

Rosalba

domenica, 30 marzo 2008

Anima nera

Djerba - Tunisia
Per più di un’ora, da docili venti trascinata,
volai su candide nubi ovattate: infine arrivammo
alla terra dei Lotofagi, che mangiano cibi di fiori.
Qui sul lido scendemmo e attingemmo dell’acqua;
e subito presero il pasto, nel bianco paradiso, i compagni.
Poi, come di cibo fummo sazi e di vino,
allora ebbi il coraggio di guardare, intorno, la fame,
osservai la gente, su quella terra, accontentarsi di poco.
Mi mescolai fra i mangiatori di loto, mentre in disparte
i compagni mi tiravano, perché non facessi domande
indiscrete, perché non chiedessi se davvero
il dolcissimo frutto del loto lì ancora crescesse,
se conoscessero Ulisse e i suoi compagni,
ai quali, un tempo, il fiore dell’oblìo fu offerto.

Paradiso bianco - Djerba  - TunisiaDjerba, piscina - Tunisia










Al largo della costa tunisina, nell’isola di Djerba, ti ho cercato: proprio là, nella terra dei Lotofagi in cui giunse Ulisse, dopo aver doppiato Capo Malea, deviato dalla corrente, dalle onde e da Borea, e poi allontanato oltre Citera.
Tra la dolcezza dei paesaggi e le spiagge assolate, ho dimenticato il presente, il mio presente, senza aver assaporato alcun fiore dell’oblìo.
Ho ricordato il tuo sguardo intenso, la tua pelle nera, quando, negli anni miei dell’incoscienza, che mi rendevano tutto più facile, qualcuno offendeva, con un idioma a me ben noto, i miei biondi capelli, mentre teneramente ci prendevamo per mano. Il chiaroscuro, con i suoi contrasti, è bello da vedersi solo nell’arte.
L’albergo che l’agenzia di viaggi ci aveva riservato era un immenso paradiso bianco, avvolgente, pulito: i miei amici sapevano scegliere bene e conoscevano la mia maniacale passione per la pulizia. L’immensa piscina di fronte al mare, con la sua enorme quantità d’acqua, emanava forti riverberi e un’insistente esalazione di cloro. Mi sentivo in gabbia; per la prima volta desideravo vedere la polvere, quella reale polvere rossa che a malapena riusciva a filtrare all’interno dell’immane struttura alberghiera, depositandosi nelle scanalature degli arredi esterni e negli ombrelloni, anch’essi bianchi, che completavano il paradiso artificiale, costruito, tra vasi di fiori, per i turisti.
E di nuovo pensavo a te, al colore della tua pelle, provavo l’irresistibile impulso di uscire fuori da quel bianco accecante, per scoprire la verità, per vedere la vita reale degli abitanti dell’isola.
Fuori da quella prigione abbagliante, trovai donne fiere e lavoratrici instancabili; uomini dalla carnagione brunita patteggiavano prezzi nei mercati. Poi polvere, profumi di spezie, odori umani e calma, molta calma. La povertà non ha fretta.
Visitai la riserva di coccodrilli, i musei d’artigianato e di cultura locale; vidi la danza delle donne con le brocche sul capo e le danzatrici del ventre: inni alla gioia per gli occidentali conquistatori. La cultura berbera restava nel retroscena.
Un vecchio dai piedi accartocciati, a fatica, si trascinava dondolandosi sulle sue pantofole sformate e, lentamente, accatastava casse di arance, speranza di sopravvivenza nel polveroso mercato di strada. Vesti colorate e lunghe tuniche sgargianti, eleganti, sfilavano accanto ad abiti dalla forgia occidentale, consunti e impolverati, sfoggiati con lo stesso orgoglio di chi, da noi, li aveva indossati, quand’erano di moda, venticinque anni fa. La povertà non ha fretta, la povertà ferma il tempo e dà ad ogni cosa il suo giusto valore.
Come mi sentivo ricca in quelle strade dalla polvere rossa!
E ancora ripensavo alla tua pelle nera, più ombrosa dell’ambrata carnagione araba, più scura di tutte le sfumature del brunito bronzo.
La mia pelle è chiara, ma la mia anima è più nera della tua pelle, perché io non riesco a fare niente per chi soffre; la mia anima è pesante e spessa.



I mercati e l'artigianato di Djerba


Mercato, Djerba - TunisiaDjerba, artigianato locale 1 - Ceramica












Narghilet, artigianato di Djerba - Tunisia
 Djerba, artigianato locale  2 - Ceramica

Mercato di frutta e verdura 1, Djerba Tunisia

Mercato di frutta e verdura 2, Djerba Tunisia


La riserva di coccodrilli

Uova di coccodrillo
Uova di coccodrillo


Piccoli coccodrilli


Riserva di coccodrilli
La riserva

Coccodrilli adulti
Coccodrilli adulti stesi al sole  dopo il bagno

 Coccodrillo adulto
 Coccodrillo adulto



La danza con le brocche

Danzatrici con le brocche

Danzatrice co due brocche

Danzatrice con quattro brocche, Djerba - Tunisia


La danza del ventre

La danza del ventre



Rosalba

domenica, 04 novembre 2007

Il saltimbanco dell'anima

Chi sono?


Il futuro del Futurismo, Clown Torture

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell'anima mia:

<<follia>>.

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell'anima mia:

<<malinconia>>.

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c'è che una nota

nella tastiera dell'anima mia:

<<nostalgia>>.

Son dunque... che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell'anima mia.


Aldo Palazzeschi (1885-1974), in questa poesia del primo Novecento, esprime il dramma dell'artista che, con apparente ironia, si definisce un saltimbanco. Un saltimbanco dell'anima, messa a nudo di fronte ad una società che non ha bisogno della sua arte: non desidera la "follia", la "malinconia" e neppure la "nostalgia".

Diverso appare il tono delle parole di Théodore de Banville quando, nelle sue Odes funambulesques (1857), descrive l'artista come un personaggio che, volontariamente, sfugge "le vie che la folla frequenta", un uomo che sta "ben al di sopra dei volti della folla":

"... Ma che sia / un eroe sublime o grottesco, / o Musa, che dia la caccia agli avvoltoi / o s'abbassi a far qualche esercizio / sulla corda funambolesca, / tribuno, profeta o pagliaccio, / sempre sfugge con sdegno / le vie che la folla frequenta; / lui cammina sulle fiere sommità / o sulla corda ignobile: però / ben al di sopra dei volti della folla".

In "Chi sono?" del Palazzeschi si sente la crisi d'identità dell'artista, isolato dall'indifferenza della gente e, allo stesso tempo, l'invocazione della sua libertà di creazione, tramite l'uso delle parole: nella struttura della poesia ricorrono frequentemente i versi con tre sillabe, o i multipli di tre.


Futurismo, Il banditore, F. Depero

Futurismo

Fortunato Depero.
Bozzetto di manifesto per la Casa d'Arte Bragaglia, con costume di banditore (1921).

Vi è la prevalenza di forme geometriche, triangolo, cono.


Palazzeschi, nella vita Aldo Giurlani, considerato, per alcuni aspetti, un crepuscolare e, per altri, uno fra gli autori più interessanti del movimento futurista, non si riconobbe mai pienamente nel Futurismo, e scrisse questi versi in apertura dell'edizione definitiva delle sue liriche, Poemi, che pubblicò nel 1909.
Frequentò i futuristi fiorentini e, soprattutto, Marinetti, dal 1908 al 1914, poi si distaccò da loro quando si schierarono a favore dell’interventismo dell’Italia nella prima guerra mondiale.


Futurismo, Ritratto di Marinetti, Depero

Futurismo
F. Depero, Doppio ritratto di Filippo Tommaso Marinetti (Architettura sintetica di uomo), 1917.

Dopo aver compiuto gli studi di Ragioneria, scrisse poesie e si dedicò alla recitazione e al teatro. Come egli stesso afferma ne Il piacere della memoria (Milano, Mondadori, 1964), il teatro ebbe un’enorme importanza nella sua arte poetica:

“Ero stanco di provocare scandali nel chiuso cerchio della famiglia e,
soprattutto, di dovermi vergognare della parte migliore di me. Riscattatomi
dalle scienze commerciali, dalla ragioneria e dall’economia politica, il teatro
mi aveva messo sulla strada buona, quella della poesia, e buona due volte

perché di mia esclusiva proprietà”.

Il ricorso all’identificazione del senso d'inadeguatezza del poeta di fronte alla folla con l'immagine di un clown, "un saltimbanco dell'anima", tipico di gran parte dell'arte europea (nella pittura, nella poesia, nel teatro musicale) del principio del nuovo secolo, ricorda l'uso di marionette, pagliacci, burattini e viene definito, nell'arte, "clownismo".

Attraverso l’abbandono del sublime ottocentesco, con l’attenzione, nella poesia, verso oggetti della vita quotidiana, colti con la malinconia e il distaccato tono ironico tipico dei crepuscolari, Aldo Palazzeschi si pone sulla stessa linea di Corazzini e Gozzano, ma va anche oltre. In antitesi con la poesia dannunziana, egli capovolge il sublime nel grottesco e si cimenta in versi quasi dissacratori. Ne è un esempio La fontana malata, interpretazione quasi parodistica de La pioggia nel pineto di D’annunzio.

Le Avanguardie artistiche del XX secolo vedono in alcune opere di Fortunato Depero la preferenza per forme geometriche (il triangolo, il cono), ma nel Futurismo sperimentano, in periodi diversi, anche le forme più plastiche, fino ad utilizzare nella pittura e nella scultura i materiali più disparati, nell'intento di manifestare, tramite l'impiego della materia, l'energia in movimento.


Futurismo, C. Carrà, Ritratto di Marinetti
Futurismo
Carlo Carrà, Ritratto di Filippo Tommaso Marinetti, 1910-1911



Pagliaccio, Umberto Peschi
Futurismo
Umberto Peschi, Pagliaccio


Il Futurismo della Fontana di Trevi rossa

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Rosalba