Quanti piccoli, quasi impercettibili, mutamenti osserviamo ogni giorno sul nostro corpo, sulla nostra pelle, nei nostri movimenti, sui volti delle persone e nelle cose che ci circondano! Una piccola ruga, che prima non c’era, ora solca il nostro volto o quello dei nostri cari, i bimbi crescono e non stanno più nei vestiti, gli abiti lentamente si logorano, il nostro umore o quello di chi c’è accanto subisce alterazioni, come l’aria umida prima di un temporale. La casa imbiancata di fresco a noi appare sempre bianca, finché qualcuno, che non viene a trovarci da molto tempo, ci fa notare che le pareti sono un po’ troppo scure e ingiallite e, in qualche punto, recano macchie completamente invisibili ai nostri occhi, assuefatti all’abitudine.
Tutto ciò che ci circonda si trasforma e ogni essere vivente cambia, ma lo vediamo sempre uguale a se stesso perché mantiene i suoi tratti fondamentali, quelli che, secondo noi, lo distinguono. Tutto ci sembra uguale finché la percezione di ciò che ci circonda resta sotto il nostro controllo. Siamo passeggeri caricati su uno stesso treno, che viaggia per tutti alla stessa velocità. Tutti gli istanti d’ogni nostra piccola alterazione sono avvertiti, da noi e dai nostri compagni di viaggio, come un evento continuo e abbiamo quasi la sensazione che questa situazione duri un’eternità e possieda un carattere permanente. È un’esperienza simile a quella di un bimbo che fissa un fiore per ore, nella speranza di vederlo sbocciare: resiste finché può, si sforza e osserva a lungo, ma gli sembra che tutto sia identico alle ore precedenti. Poi, vinto dal sonno, socchiude gli occhi. Durante il suo riposo, trascorrono ancora altre ore e, al suo risveglio, s’accorge che il fiore è sbocciato.
“Nulla è permanente tranne il cambiamento”, sosteneva Eraclito. La realtà che osserviamo la distinguiamo nel suo costante divenire.
Anche le persone che ci stanno accanto sono inglobate nel nostro modo d’intendere la realtà e ci appaiono abbastanza unitarie, pur nelle loro trasformazioni, se i mutamenti sono graduali, infinitesimali e inavvertibili…
Quando però una persona a noi cara subisce un cambiamento che sfugge al nostro controllo, abbiamo l’impressione che la porta del treno si sia improvvisamente aperta per qualche accidente e abbia risucchiato all’esterno un passeggero. È come se una frana distruggesse tutte le nostre certezze e allora attribuiamo la variazione ad un evento esterno, che noi vorremmo poter dominare.

L’amore di una madre nota subito i cambiamenti di un figlio, che vede crescere fin da bambino, giorno dopo giorno. In Grazia Deledda, nel romanzo “La madre” (1920), il cambiamento del figlio è visto in concomitanza con l’innamoramento, ed è quasi filtrato da una moralità collettiva che approva l’ossequio delle regole e attribuisce un carattere diabolico ad un sentimento irrazionale, non giustificabile nel rispetto di una fede religiosa. Il cambiamento, in questo caso, è un elemento estremamente negativo che va affrontato come una lotta contro il male. Paulo, giovane prete di un villaggio della Sardegna, s’innamora di una vedova e s’incontra con lei di nascosto, sorvegliato dagli occhi furtivi della madre, che segue ogni sua mossa, ogni suo respiro, frastornata dall’improvviso cambiamento di colui per il quale ha fatto tanti sacrifici.
“Ecco che infatti Paulo si moveva di nuovo; forse era appunto davanti allo specchio, sebbene ai preti ciò non sia permesso. Ma cosa non si permetteva Paulo, da qualche tempo in qua?
La madre ricordava di averlo spesso sorpreso, in quegli ultimi tempi, a specchiarsi a lungo come una donna, a pulirsi e lucidarsi le unghie, a spazzolarsi i capelli che si tirava in su dopo averli lasciati crescere, quasi cercando di nascondere il sacro segno della tonsura.
Egli poi usava dei profumi, si puliva i denti con polveri odorose e si passava il pettine persino sulle sopracciglia…
[…]
Fino a quel momento ella s’era illusa nella speranza di vederlo scendere al paesetto per visitare qualche malato: eccolo invece che correva come trasportato dal diavolo verso la casa antica sotto il ciglione.
E nella casa antica sotto il ciglione non c’era che una donna sana, giovine e sola…
[…]
Il vento fuori strisciava più intenso: il diavolo limava la parrocchia, la chiesa, il mondo tutto dei cristiani.
[…]
Infatti s’alzò, bruscamente, e invece di risalire nella sua camera, uscì di nuovo. La madre andò in cucina, con la tazza che le tremava fra le mani, e depose la tazza, e s’appoggiò all’anta del forno, smarrita. Le pareva ch’egli se ne fosse andato via per sempre: anche se tornava non era più il suo Paulo, era un disgraziato preso dalla cattiva passione, uno che guardava con occhi minacciosi, come il ladro in agguato, chiunque osasse attraversargli la strada”.
(Da "La madre", Grazia Deledda)
La tentazione e il peccato associati alla figura femminile vista come elemento diabolico richiamano, per certi aspetti, un tema popolare ricorrente in “La favola del figlio cambiato”, di Luigi Pirandello.
Ricordano, vagamente, quelle «Donne» artefici di un cambiamento, che fanno alle madri «malefizii» e sono «figlie dell’inferno, streghe del vento, streghe della notte».
Ma Agnese, la donna amata da Paulo nel romanzo di Grazia Deledda, è anche lei una creatura da salvare, una vittima di un artificio inspiegabile.
“Adesso ha ventotto anni il mio Paulo; ed ecco che la maledizione lo coglie. Una donna lo prende nelle sue reti. Monsignor Vescovo, ci mandi via di qui; salvi il mio Paulo: altrimenti egli perderà l’anima come l’antico parroco.
Eppoi bisogna salvare anche la donna: è una donna sola, dopo tutto, esposta anche lei alle tentazioni nella solitudine della sua casa, nella desolazione di questo paesetto, dove nessuno è degno di farle compagnia”.
(Da "La madre", Grazia Deledda)
Quando non c’è possibile osservare i costanti mutamenti che contribuiscono alla crescita, alla formazione e alla maturazione di una persona, a causa di un reciproco prolungato distacco da qualcuno, spesso può accadere che ci estraniamo dalla vita reale di questa persona. Così diamo vita ad un qualcosa che è solo l’immagine di una realtà conosciuta, un’estensione, una propaggine di una visione e un ricordo di quella persona cara, magari arricchita con particolari dalla nostra immaginazione, secondo i nostri desideri, per soddisfare un senso di vuoto.

Nella tragedia “La vita che ti diedi” (1923), scritta da Luigi Pirandello per Eleonora Duse, il personaggio della madre, Donn’Anna Luna, opera una sorta d’estraniazione dalla realtà esterna e crea un’immagine della realtà parallela a quella della vita reale del figlio, lontano da sette anni.
Per tutto il tempo, la madre aveva vissuto ricordandolo come lo aveva conosciuto quando era con lei, completando i punti mancanti di un puzzle e condendo la vita del figlio con il sogno e l’immaginazione. Anzi, in questo caso, si potrebbe affermare che la madre abbia dato due volte la vita al proprio figlio: la prima volta, quando concretamente lo diede alla luce e, una seconda volta, quando costruisce una sembianza della realtà della sua vita tramite i ricordi e l’immaginazione.
Il figlio ha un’amante che è incinta di lui e, ormai ammalato, fa ritorno a casa: per la madre, però, è un estraneo, perché è diverso da come aveva continuato a pensarlo e immaginarlo per sette anni. Ben presto, il giovane muore e la madre ha l’impressione che il morto sia l’altra persona, quello che lei riteneva l’estraneo, non il proprio figlio.
“DONN’ANNA: […] - Mio figlio, voi credete che mi sia morto ora, è vero? Non mi è morto ora. Io piansi invece, di nascosto, tutte le mie lagrime quando me lo vidi arrivare: - (e per questo ora non ne ho più!) - quando mi vidi ritornare un altro che non aveva nulla, più nulla di mio figlio.
DON GIORGIO: Ah, ecco - sì, cambiato - certo! Eh, l’ha detto lei stessa, dianzi, di sua sorella. Mi sa che la vita ci cambia, e…
DONN’ANNA: - e ci pare che possiamo confortarci dicendo così: «cambiato». E cambiato, non vuol dire un altro, da quello che era? Io non lo potei riconoscere più come il figlio che m’era partito. – Lo spiavo, se almeno un volger d’occhi, un cenno di sorriso a fior di labbro, che so… un subito schiarirsi della fronte, di quella sua bella fronte di giovinetto con tanti capelli fini – oh, d’oro nel sole! – mi avesse richiamato vivo, almeno per un momento, in questo che m’era ritornato, il mio figlio d’allora. No, no. Altri occhi: freddi. E una fronte sempre opaca, stretta qua alle tempie. E quasi calvo, quasi calvo. - Ecco, com’è là. (Accennerà alla camera mortuaria.) Ma deve ammettermi che io lo so, mio figlio come era. Una madre guarda il figlio e lo sa com’è: Dio mio, l’ha fatto lei! - Ebbene, la vita può agire così crudelmente verso una madre: le strappa il figlio e glielo cambia. - Un altro; e io non lo sapevo.
Morto; ed io seguitavo a farlo vivere in me.
DON GIORGIO: - Ma per lei dunque, signora; per come era per lei. Non morto per sé, se egli fino a poco fa viveva -
DONN’ANNA: - la sua vita, sì; ah, la sua vita, sì, e quella che egli dava a noi, a me! Ben poco ormai, quasi più niente a me. Era tutto là, sempre! (Indicherà lontano.) Ma capisce che cosa orribile m’è toccato patire? Mio figlio - quello che è per me, nella mia memoria, vivo - era rimasto là, presso quella donna; e qua, per me, era tornato questo che - che non potei più sapere neppure come mi vedesse, con quegli occhi cambiati - che non mi poteva dar più niente - che se pur con la mano qualche volta mi toccava, certo non mi sentiva più come prima. - E che posso saperne io, della sua vita, com’era adesso per lui? Delle cose, com’egli le vedeva; e quando le toccava, come le sentiva? - Ecco, vede? È così: quello che ci manca, ora, è solo quello che non sappiamo, che non possiamo sapere: la vita com’egli la dava a sé e a noi. Questa sì! Ma allora, Dio mio, si dovrebbe anche intendere che la vera ragione per cui si piange anche davanti alla morte è un’altra da quella che si crede”.
(Da "La vita che ti diedi", Atto Primo, Luigi Pirandello)
Rosalba