tutto scorre

"Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va."
Eraclito

CHI SONO

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Rosalba. Abito nella frattura incandescente della Dorsale medioatlantica, cammino tra il fuoco e il ghiaccio, il mio corpo è sempre altrove. Amo guardare il mondo da ogni parte della terra, per ricercare il miglior punto d'osservazione del pensiero umano: sono in continuo movimento, senza tregua, perché ogni volta, per ogni opinione e per ogni civiltà, il punto d'osservazione migliore cambia.
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domenica, 30 marzo 2008

Anima nera

Djerba - Tunisia
Per più di un’ora, da docili venti trascinata,
volai su candide nubi ovattate: infine arrivammo
alla terra dei Lotofagi, che mangiano cibi di fiori.
Qui sul lido scendemmo e attingemmo dell’acqua;
e subito presero il pasto, nel bianco paradiso, i compagni.
Poi, come di cibo fummo sazi e di vino,
allora ebbi il coraggio di guardare, intorno, la fame,
osservai la gente, su quella terra, accontentarsi di poco.
Mi mescolai fra i mangiatori di loto, mentre in disparte
i compagni mi tiravano, perché non facessi domande
indiscrete, perché non chiedessi se davvero
il dolcissimo frutto del loto lì ancora crescesse,
se conoscessero Ulisse e i suoi compagni,
ai quali, un tempo, il fiore dell’oblìo fu offerto.

Paradiso bianco - Djerba  - TunisiaDjerba, piscina - Tunisia










Al largo della costa tunisina, nell’isola di Djerba, ti ho cercato: proprio là, nella terra dei Lotofagi in cui giunse Ulisse, dopo aver doppiato Capo Malea, deviato dalla corrente, dalle onde e da Borea, e poi allontanato oltre Citera.
Tra la dolcezza dei paesaggi e le spiagge assolate, ho dimenticato il presente, il mio presente, senza aver assaporato alcun fiore dell’oblìo.
Ho ricordato il tuo sguardo intenso, la tua pelle nera, quando, negli anni miei dell’incoscienza, che mi rendevano tutto più facile, qualcuno offendeva, con un idioma a me ben noto, i miei biondi capelli, mentre teneramente ci prendevamo per mano. Il chiaroscuro, con i suoi contrasti, è bello da vedersi solo nell’arte.
L’albergo che l’agenzia di viaggi ci aveva riservato era un immenso paradiso bianco, avvolgente, pulito: i miei amici sapevano scegliere bene e conoscevano la mia maniacale passione per la pulizia. L’immensa piscina di fronte al mare, con la sua enorme quantità d’acqua, emanava forti riverberi e un’insistente esalazione di cloro. Mi sentivo in gabbia; per la prima volta desideravo vedere la polvere, quella reale polvere rossa che a malapena riusciva a filtrare all’interno dell’immane struttura alberghiera, depositandosi nelle scanalature degli arredi esterni e negli ombrelloni, anch’essi bianchi, che completavano il paradiso artificiale, costruito, tra vasi di fiori, per i turisti.
E di nuovo pensavo a te, al colore della tua pelle, provavo l’irresistibile impulso di uscire fuori da quel bianco accecante, per scoprire la verità, per vedere la vita reale degli abitanti dell’isola.
Fuori da quella prigione abbagliante, trovai donne fiere e lavoratrici instancabili; uomini dalla carnagione brunita patteggiavano prezzi nei mercati. Poi polvere, profumi di spezie, odori umani e calma, molta calma. La povertà non ha fretta.
Visitai la riserva di coccodrilli, i musei d’artigianato e di cultura locale; vidi la danza delle donne con le brocche sul capo e le danzatrici del ventre: inni alla gioia per gli occidentali conquistatori. La cultura berbera restava nel retroscena.
Un vecchio dai piedi accartocciati, a fatica, si trascinava dondolandosi sulle sue pantofole sformate e, lentamente, accatastava casse di arance, speranza di sopravvivenza nel polveroso mercato di strada. Vesti colorate e lunghe tuniche sgargianti, eleganti, sfilavano accanto ad abiti dalla forgia occidentale, consunti e impolverati, sfoggiati con lo stesso orgoglio di chi, da noi, li aveva indossati, quand’erano di moda, venticinque anni fa. La povertà non ha fretta, la povertà ferma il tempo e dà ad ogni cosa il suo giusto valore.
Come mi sentivo ricca in quelle strade dalla polvere rossa!
E ancora ripensavo alla tua pelle nera, più ombrosa dell’ambrata carnagione araba, più scura di tutte le sfumature del brunito bronzo.
La mia pelle è chiara, ma la mia anima è più nera della tua pelle, perché io non riesco a fare niente per chi soffre; la mia anima è pesante e spessa.



I mercati e l'artigianato di Djerba


Mercato, Djerba - TunisiaDjerba, artigianato locale 1 - Ceramica












Narghilet, artigianato di Djerba - Tunisia
 Djerba, artigianato locale  2 - Ceramica

Mercato di frutta e verdura 1, Djerba Tunisia

Mercato di frutta e verdura 2, Djerba Tunisia


La riserva di coccodrilli

Uova di coccodrillo
Uova di coccodrillo


Piccoli coccodrilli


Riserva di coccodrilli
La riserva

Coccodrilli adulti
Coccodrilli adulti stesi al sole  dopo il bagno

 Coccodrillo adulto
 Coccodrillo adulto



La danza con le brocche

Danzatrici con le brocche

Danzatrice co due brocche

Danzatrice con quattro brocche, Djerba - Tunisia


La danza del ventre

La danza del ventre



Rosalba

domenica, 02 marzo 2008

Tutte quelle cose, così vere, non ebbero corpo, né nome

Acquattata nel silenzio, inseguo con gli occhi un fascio di luce, che modella giovani germogli lungo un filo spinato, su cui s’avvinghiano tralci di vite. Tenere gemme presto fioriranno; sullo sfondo, frange d’aghi di pino dorate e uno scorcio di mare, separato dal cielo con un sottile cingolo, delimitano la vetrata, che incornicia la parete della stanza come un quadro invadente. In quel ritaglio, che è solo mio, il silenzio mi protegge dagli sguardi. Non c'è più dolore: ora posso finalmente pensare. Ciò che vedo è vero e reale, durerà poco, il tempo del calar della sera, quando il sole avrà deciso di portare i suoi regali altrove. Ma io non ci sarò, quando scenderà la notte.
Affondo la testa tra i cuscini del divano per proteggermi persino da me stessa e dai miei sentimenti; e, nel silenzio tutto mio, le prime note di Romeo Scaccia inondano la stanza con Not Yet. Finalmente mi appartengo.
Riprenditi le parole con cui mi accarezzavi, così vere, così calde, eppure irreali e fatue; potrai comporre nuovi canti d’amore, potrai scaldare altri cuori. Abbi solo un riguardo: mescolale bene tra loro, perché nessuno si accorga che hanno provocato un gran dolore.

Parole mescolateOra, mentre canterai un nuovo affetto, potrai continuare ad esplorare l’amore, quello universale, quell’amore che è di tutti, ma, proprio per questo, di nessuno.
Solo il sole è reale. Solo il sole mi riscalda, e i miei ricordi inseguono i versi del poema di Pedro Salinas:

[III]
[…] Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio
e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre […]

[V]
È stato, accadde, è vero.
Fu in un giorno, fu una data
che segna il tempo al tempo.
Fu in un luogo che io vedo.
I suoi piedi toccavano il suolo
questo stesso che tutti tocchiamo […]

E quello che lei mi disse
fu in una lingua del mondo,
con grammatica e storia.
Così vero
che sembrava menzogna.

No.
Devo viverlo dentro,
me lo devo sognare.
Togliere il colore, il numero,
il respiro tutto fuoco,
con cui mi bruciò nel dirmelo.
Mutare tutto in forse,
in mero caso, sognandolo.
Così, quando vorrà smentire
ciò che mi disse allora,
non mi morderà il dolore
d’una felicità perduta
che io tenni fra le braccia,
come si tiene un corpo.
Crederò di aver sognato.
Che tutte quelle cose, così vere,
non ebbero corpo, né nome.
Che perdo
un’ombra, un sogno ancora.

(Pedro Salinas, da “La voce a te dovuta”, a cura di Emma Scoles, Einaudi)

Rosalba

postato da: flash6155 alle ore 19:14 | link | commenti (85)
categorie: poesia, pedro salinas
lunedì, 25 febbraio 2008

Lo scrittore è un operaio come un altro

Ingranaggi
Émile Zola (Parigi, 1840 – 1902), scrittore francese rappresentante del Naturalismo, nel fare un’analisi sociale del letterato nell’antico regime del Seicento-Settecento e nella società moderna nella quale egli vive, esprime un giudizio positivo sul rapporto che si crea tra letteratura, denaro e società nel corso dell’Ottocento.
Lo scrittore, per campare, non è più costretto, come in epoca precedente, ad accettare la protezione di grandi signori che lo sfamano, lo vestono e gli forniscono alloggio, e non deve più ricambiarli con la celebrazione delle loro lodi. La letteratura non è più asservita alla nobiltà, alla maniera del vecchio regime monarchico e non è più soggetta a questa al pari della terra e della gente stessa. Lo scrittore diventa “un operaio come un altro, che si guadagna la vita con il suo lavoro”. Cambia anche il rapporto tra l’opera letteraria e il pubblico: “L’opera nasce dalla gente e per la gente” e “nelle lettere si ha l’avvento della democrazia”.
Il successo o l’insuccesso dello scrittore è deciso dalla maggioranza del popolo, che stabilisce se comprare o no i suoi libri.
Riporto alcuni passi tratti da “Il romanzo sperimentale” (1800) di Zola, in cui è ben evidente l’entusiasmo per l’espansione del mercato e dell’industria editoriale come un’opportunità di libertà per lo scrittore e di democratizzazione per l’opera d’arte; allo stesso tempo, mi domando, e lo domando anche a chi legge il post, se sia applicabile, ai giorni nostri, e nel nostro ambiente socio-culturale, una valutazione di questo tipo sulla figura dello scrittore-operaio, sulla letteratura e sull’editoria. L’immagine che segue il testo di Zola raffigura “Lo scrittore”, di Vincenzo Guerrazzi, scrittore, operaio ed anche pittore dei nostri giorni.

“Spesso sento questo lamento levarsi intorno a me: «L’ingegno letterario tramonta, le lettere sono soffocate dallo spirito commerciale, il denaro uccide il talento». Ed altre dolenti accuse si muovono contro la nostra democrazia che invade i salotti e le accademie, guasta la finezza della lingua, fa dello scrittore un mercante qualsiasi che colloca o no la sua merce secondo il marchio di fabbrica, raccogliendo una formula o morendo in miseria. […]

Ecco dunque la vera situazione degli scrittori nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo. […] L’opera letteraria non può mantenere il suo autore il quale, perciò, diviene una sorta di uccello prezioso, la cui magnificenza solamente il re ed i grandi signori hanno i mezzi per potersi concedere. Fra il protettore e il protetto si forma un contratto; il protettore vestirà, nutrirà e alloggerà oppure si accontenterà di dare una pensione al protetto, che in cambio ne celebrerà le lodi e gli dedicherà le sue opere per trasmettere alla posterità il suo nome e la notizia dei suoi benefici. Ciò rientra nel ruolo che il vecchio regime monarchico attribuiva alla nobiltà: in cambio dei suoi privilegi, essa aveva il dovere di aiutare tutti quelli che le si sottomettevano e le lettere non erano che una delle cose a lei soggette, come la terra e la gente stessa. La gerarchia regnava in maniera assoluta, protetta da un secolare rispetto. Se il re o i signori si abbassavano a familiarizzare con uno scrittore, si trattava di una condiscendenza passeggera, perché a nessuno sarebbe venuta l’idea di mettere su un piano di perfetta uguaglianza, per esempio, il re Luigi XIV ed il commediante Molière. […]

Consideriamo ora la condizione materiale dello scrittore ai nostri giorni. La Rivoluzione ha spazzato via i privilegi, trascinando con sé come un fulmine la gerarchia ed il rispetto. Nel nuovo Stato, lo scrittore è certamente uno dei cittadini la cui situazione è mutata più radicalmente. Non ci se ne è resi conto subito. Sembrò che sotto Napoleone, sotto Luigi XVIII, sotto Carlo X, le cose riprendessero come prima; ma tutto, con lenta forza, si trasformava, non si era e non si viveva più nello stesso modo ed ogni giorno il nuovo spirito letterario si formava in base alle condizioni materiali che la giovane società forniva alla letteratura. Ogni movimento nella società implica un movimento intellettuale.
Innanzitutto si diffonde l’istruzione, si creano migliaia di lettori. Il giornale penetra dovunque, anche nelle campagne si comperano libri. In mezzo secolo il libro, che era un oggetto di lusso, diventa un oggetto di consumo corrente. Un tempo costava carissimo; oggi le borse più modeste possono farsi una piccola biblioteca. Sono fatti di importanza decisiva: non appena il suo popolo sa leggere e può leggere a buon mercato, il commercio librario decuplica i suoi affari e lo scrittore trova ampiamente il modo di vivere della sua penna. Dunque, la protezione dei grandi non è più necessaria, il parassitismo scompare dal costume, un autore è un operaio come un altro, che si guadagna la vita con il suo lavoro. […]

Il libro è divenuto insieme facile da collocare e con utili rigorosamente adeguati. È una puerilità lamentarsi del difficile accesso agli editori. Costoro pubblicano troppo; la cifra dei volumi apparsi ogni anno in Francia è di molte migliaia. Quando si vedono le banalità, il diluvio di libri mediocri che ingombrano le vetrine, ci si chiede quali opere gli editori possano mai rifiutare. Quanto ai contratti, vengono oggi stesi in un’eccellente atmosfera di reciproca onestà. […] La maggior parte degli editori paga un diritto fisso per ogni copia stampata. […] L’autore guadagna più o meno a seconda del suo successo e l’editore stesso ha la garanzia di non versare allo scrittore che diritti proporzionali alle somme che incasserà. […]

Nuovi modi di vivere sono assicurati agli scrittori; e subito la gerarchia scompare, l’intelligenza diventa un titolo di nobiltà ed il lavoro acquista la sua dignità. Al tempo stesso, per logica conseguenza, vien meno l’influenza dei salotti e dell’Accademia, nelle lettere si ha l’avvento della democrazia: cioè le cricche si perdono nel gran pubblico, l’opera nasce dalla gente e per la gente".

(Émile Zola, Il romanzo sperimentale, traduzione dal francese di I. Zaffagnini, Pratiche Editrice, Parma, 1980)

Lo scrittore, di vincenzo Guerrazzi
Lo scrittore, di Vincenzo Guerrazzi


Rosalba

postato da: flash6155 alle ore 10:09 | link | commenti (28)
categorie: letteratura, editoria, scrittore, emile zola, operaio, guerrazzi
mercoledì, 20 febbraio 2008

Iceland: connection to nature

(Seconda parte)


Acqua, ghiaccio e fuoco

In un conflitto continuo, acqua, ghiaccio e fuoco vivono, nella natura islandese, uno stretto e appassionato connubio. Le coste dell’Islanda offrono paesaggi con luci e sfumature singolari e ospitano, nei propri fiordi, piccoli centri di pescatori, che fanno del mare la loro principale risorsa. Cascate, laghi, lagune, ghiacciai, vulcani, solfatare, geysir costituiscono un’irresistibile attrattiva turistica e una seducente tappa per gli amanti della geologia.
La costante tensione tra freddo e calore, ghiaccio e fuoco è una percezione talmente intensa, emozionante e ineguagliabile, che resta impressa per sempre nell’anima dei visitatori.

Fuoco e ghiaccio
L’effetto più spettacolare dell’unione tra ghiaccio e fuoco si osserva in occasione del risveglio di un vulcano sotto uno dei grandi ghiacciai islandesi. Le eruzioni sotto la calotta glaciale causano lo scioglimento del ghiaccio e la pressione provocata dal calore e dal vapore rialza la calotta, generando un’ondata di piena, che arreca effetti disastrosi sul territorio contiguo. L’effetto di quest’eruzione è detto, in islandese, jökulhlaup, “esplosione glaciale”.
È ciò che accadde, nel 1996, a Nord-Ovest di Grímsvötn, uno dei vulcani attivi imprigionati nel ghiacciaio più grande d’Europa, il Vatnajökull. Prima che l’acqua irrompesse all’esterno, si era formato un grandissimo lago sospeso e, dopo il suo svuotamento, il ghiacciaio è crollato su se stesso.

Grímsvötn 1 - Islanda
Grímsvötn 2 - Islanda
 Effetto della jökulhlaup a Grímsvötn verso la fine del 1996


Vatnajökull - Islanda
Il ghiacciaio Vatnajökull

Nella parte meridionale del Vatnajökull si trova la Laguna Glaciale di Jökulsárlón, costellata da iceberg di un azzurro trasparentissimo, a tratti grigio scuro, dalle forme più esilaranti: ora sembrano elefanti, ora gigantesche tartarughe e, ogni tanto, è possibile scorgervi qualche foca vera.

Laguna Glaciale di Jökulsárlón

Una leggenda islandese, “La pelle di foca”, conosciuta con diverse varianti nel vasto campionario dei racconti nordici, associa la foca ad una donna, considerata sotto il duplice aspetto d’entità acquatica e terrestre, un po’ come le famose sirene. Il punto fondamentale della narrazione è il furto della pelle, che la donna foca subisce e che la tiene separata dall’acqua, dal proprio sé profondo. La leggenda rappresenta, metaforicamente, la perdita dell’anima come prezzo da pagare per scelte di vita estranee alla propria natura profonda.

La pelle di foca
Una volta, c’era un uomo nell’Est dell’Islanda, nel Myrdalur, che, di buon mattino, si alzava prima di tutti gli altri e passava accanto a delle rocce lungo il mare. Arrivò all’ingresso di una caverna. All’interno della grotta, udì frastuoni e danze e, all’esterno, vide una gran quantità di pelli di foca. Ne sottrasse una, la portò nella propria abitazione e la rinchiuse in una cassa. Un po’ più tardi, durante la giornata, l’uomo ritornò all’ingresso della caverna e vide una donna molto bella. Era tutta ignuda e piangeva forte. Si trattava della foca alla quale lui aveva rubato la pelle. L’uomo donò degli abiti alla ragazza, la consolò e la condusse con sé. Lei gli era devota, ma non riusciva per niente a stare in compagnia con gli altri. Spesso, restava seduta tutta triste, guardando verso il mare. Dopo qualche tempo, lui la sposò, tutto fra loro andò bene ed ebbero anche dei figli. L’uomo rozzo custodiva sempre la pelle sotto chiave dentro la cassa e portava addosso a sé la chiave, ovunque andasse. Un giorno, dopo parecchi anni, se ne andò a remare dimenticandosi la chiave a casa, sotto l’orlo del suo guanciale. Altri raccontano che il paesano andò con i suoi familiari alla messa di Natale e che la sua donna era malata e non aveva potuto accompagnarlo. Quando si era cambiato, aveva dimenticato di ritirare la chiave dalla tasca dei suoi abiti di tutti i giorni. Ma quando rientrò a casa, la cassa era aperta, la pelle e la foca erano sparite. Lei, presa la chiave, aveva guardato ciò che c’era dentro la cassa e aveva trovato la pelle. Allora non poté resistere alla tentazione, salutò i propri figli, si nascose nella pelle e si gettò in mare. Si narra che, poco prima, lei avesse pronunciato sottovoce queste parole:
“Io non so che fare,
ho sette figli nel mare
e sette figli sulla terra”.
Si dice che l’uomo ne fu molto commosso.
In seguito, quando lui remava per pescare, vi era spesso una foca che nuotava attorno alla sua barca e si sarebbe detto che dai suoi occhi colassero lacrime. Da quel momento in poi, egli fu particolarmente felice durante la pesca ed ebbe gran fortuna. Frequentemente, quando i loro figli andavano sulla riva, una foca si mostrava là, davanti a questi, nel mare, e lui gettava dei pesci di tutti i colori e delle belle conchiglie. Mai, però, la loro madre fece ritorno sulla terra.

(da Contes populaires d’Islande, Ed. Almenna Bókafélagiđ)

In Islanda acqua, ghiaccio e fuoco convivono in un contrasto scenografico straordinario. Nella regione vulcanica di Krafla è possibile osservare le rocce fumanti e le solfatare di Leirhnjúkur; a Hverarond, quelle di Námaskarđ; e poi, nel Nord dell’isola, proprio accanto alla Ring Road, la bellissima cascata di Gođafoss, “La cascata degli dei”.

Il vulcano di Krafla
Il vulcano di Krafla


Il vulcano di Krafla
Il vulcano di Krafla


Leirhnjúkur - Krafla, Islanda
Krafla, solfatare di Leirhnjúkur

Krafla è un monte alto 818 m, che si trova a 7 km a Nord della Ring Road, ma con il suo nome si designa l’intera regione vulcanica, in cui sorge una centrale elettrica alimentata da energia geotermica.


Hverarond -  Namascard
Hverarond, solfatare di Námaskarđ

Gođafoss “La cascata degli dei”

La cascata di Gođafoss ebbe origine dalle acque del fiume glaciale Skjálfandafljót, che modellò un campo di lava creato da un’eruzione vulcanica di un cratere non distante dal Vatnajökull, 8000 anni fa. Il nome della cascata risale all’anno 1000, quando l’Alþing (l’antica Assemblea parlamentare) prese ufficialmente la decisione di accettare la religione cristiana. Tutte le sculture delle divinità pagane norrene furono così gettate dentro la cascata, che prese il nome di “Cascata degli dei”.
A Sud dell’Islanda, non lontano dal villaggio di Skógar, lungo la strada che conduce alla capitale, si può incontrare un’altra bellissima cascata, quella di Selijandsfoss, le cui acque si scagliano da una parete rocciosa verso un laghetto verde: seguendo un sentiero, si può anche fare il giro dietro il getto d’acqua.

La cascata di Selijandsfoss

Notevole, inoltre, la zona geotermica di Geysir, nell’Islanda centro-meridionale, a poco più di 100 km da Reykjavík. I geysir sono manifestazioni di vulcanismo e si formano quando l’acqua, riscaldata dall’energia geotermica, rimane imprigionata nelle fenditure del terreno. L’acqua in superficie si raffredda, mentre quella sotterranea si surriscalda, si trasforma in vapore ed esplode scagliando in aria l’acqua più fredda sopra di essa. Il getto d’acqua calda e vapore contiene disciolti numerosi sali e silice idrata che si depositano formando la geyserite.

 Geysir


Il Grande Geysir, che iniziò ad emettere getti d’acqua bollente nel XIV secolo, fin dagli anni ’60 ha ridotto notevolmente la sua attività ed ora si possono notare solo piccole fuoriuscite di vapore. Vi è, però, un altro geysir, lo Strokkur, che emette zampilli alti fino a 35 m ogni 10 minuti circa.


Zona geotermica di Geysir: lo Strokkur


L'origine degli elfi

Gli elfi, simboli nella mitologia norrena della forza della natura, resistenti alle malattie e alle forti temperature, sembrano gli abitatori ideali dei paesaggi islandesi. Il legame tra il “popolo invisibile”, costituito da entità sovrannaturali, spesso collegate agli spiriti dei defunti, e gli islandesi è molto più saldo di quanto si creda. Ancor oggi, se ci sono dei lavori in corso per costruire una strada o un edificio, e si verifica qualche inconveniente, la popolazione islandese ritiene che, probabilmente, si sta invadendo qualche dimora segreta degli elfi. Per costruire la strada che unisce Kópavogur a Reykjavík, anziché eliminare una collinetta, abitata, presumibilmente, dagli elfi, si è preferito far seguire alla strada una larga curva, perché, durante i lavori, i macchinari utilizzati per rimuovere la collina s’inceppavano. L’origine di queste credenze è da ricercarsi nelle radici pagane delle tradizioni islandesi; una natura forte e misteriosa, le eruzioni vulcaniche, i soffioni sulfurei ed altri fenomeni naturali, un tempo imprevedibili e inspiegabili razionalmente, favorirono l’idea di una possibile convivenza con esseri invisibili. In periodo cristiano, gli elfi divennero persino sequestratori di bambini, ciò lascia trasparire l’evidente difficoltà che la nuova religione incontrò nel dover coesistere con convinzioni pagane. Un palese tentativo di conciliazione tra questi spiriti della tradizione pagana e il cristianesimo si ha nella nota leggenda popolare sull’origine degli elfi, che si riallaccia al mito d’Adamo ed Eva.

La leggenda sull’origine degli elfi
Un giorno, Dio onnipotente andò a trovare Adamo ed Eva. Loro lo accolsero bene e gli mostrarono tutto ciò che possedevano nella propria casa. Gli mostrarono anche i propri figli, che lui trovò molto promettenti. Egli domandò ad Eva se avesse altri figli oltre a quelli che gli aveva appena mostrato. Lei rispose di no. Il fatto era che Eva non aveva lavato alcuni dei suoi bambini e, per questo motivo, si era vergognata di farli vedere a Dio: perciò li aveva nascosti. Ma ciò Dio lo sapeva e disse: “Ciò che deve restare nascosto a me sarà nascosto anche agli uomini”. Così, questi figli sono rimasti invisibili per gli uomini e abitano i monti e le alture, le caverne e le rocce. Questi sono diventati gli elfi, mentre gli uomini derivano da quei figli che Eva mostrò a Dio. Gli uomini non possono vedere gli elfi, salvo che non siano gli stessi elfi a volerlo, perché loro possono vedere gli uomini e lasciarsi guardare.
(da Contes populaires d’Islande, Ed. Almenna Bókafélagiđ).
Spesso, nei giardini privati, accanto alle proprie abitazioni, gli islandesi dedicano ampi spazi alle casette degli elfi.

Elfi 1
Elfi 2
Elfi 3

Il Lago Mývatn e le mucche con il reggiseno

Nell’Islanda nord-orientale, in una zona vulcanica ricca di campi lavici e attività geotermica, non molto distante da Krafla, sorge il Lago Mývatn, il cui nome significa “lago del moscerino”. Diverse specie di moscerini, infatti, trovano un luogo di riproduzione ideale nelle acque del lago, ricco d’alghe e profondo mediamente solo 2,5 m, ma con una superficie di 37 kmq. Questi insetti sono una fonte di sostentamento per animali selvatici: le loro larve costituiscono un nutrimento per le trote e per alcuni tipi di uccelli durante il periodo della nidificazione. Gli esseri umani, per difendersi dal fastidio dei moscerini, possono indossare sul capo una particolare rete.

Scacciamoscerini al lago Mývatn
Scacciamoscerini


In una fattoria presso il lago Mývatn, accanto ad una staccionata, un cavallo dalla criniera bionda, dopo aver lottato contro uno sciame di moscerini, si ricompone e china il capo verso l’erba.

Cavallo 2 - Mývatn - IslandaCavallo presso una fattoria del lago Mývatn













Il tormento dei moscerini diventa più evidente per le mucche da latte, che sono costrette a portare dei reggiseni di protezione, tenuti da delle cinghie.

Mucche con reggiseni a MývatnNell'ingrandimento si vedono le cinghie che legano il reggiseno.

Nelle vicinanze del Lago Mývatn, sorge un bagno termale. Le acque della laguna provengono da alcuni pozzi della National Power Company di Bjarnarflag. Allo stato naturale, si trovano a temperature molto elevate; la temperatura viene ridotta facendo passare le acque in uno scambiatore di calore: esse sono poi convogliate in un bacino accanto alla laguna, quando, ormai, hanno raggiunto la temperatura di 36-40°C.

Bagno_termale1 - Mývatn - IslandaBagno termale 2 - Mývatn - Islanda














La caccia alle balene

Fin dal 1986, la Commissione Internazionale per la Caccia alla Balena (CWI) aveva vietato la caccia dei cetacei per scopi commerciali, ma gli islandesi avevano continuato a cacciare, con le loro baleniere, fino al 1989, per “scopi scientifici”. Qualunque fossero questi scopi scientifici, la carne di balena era venduta ai ristoranti islandesi e giapponesi e le carcasse erano utilizzate per l’alimentazione di animali domestici, oppure da queste si ricavavano mangimi per polli, dadi per brodo e olio lubrificante. Non è poi raro vedere costole di balena utilizzate come oggetti ornamentali o portafortuna presso giardini di abitazioni private. In un villaggio di un fiordo dell’Islanda occidentale, Eskifjörđur, in un giardino di una casa, alcune costole di balena, come si può notare nelle immagini seguenti, sono utilizzate come stendibiancheria.

Balena trasformata in stendibiancheria
Stendibiancheria: ingrandimentoNell’ingrandimento, sono ben visibili il cordone per stendere e le mollette.

Nel 1989 l’Islanda, sotto le pressioni internazionali e per via delle azioni degli ambientalisti contro le proprie baleniere, rinunciò alla caccia dei cetacei, ma nell’agosto del 2003 dichiarò di voler riprendere quest’attività, osteggiata dalla IWC, da alcuni membri della comunità scientifica internazionale e da diversi gruppi dell’industria turistica islandese, che vedevano nella caccia alle balene un grave danno per il turismo.
A Húsavík, una città dalle case coloratissime, che sorge in una baia su un pittoresco porto dell’Islanda nord-orientale, sullo sfondo delle cime innevate di Víknafjöll, vi è il principale centro d’osservazione delle balene. Il Centro per le Balene include un’accattivante esposizione sull’industria baleniera in Islanda e s’interessa anche della tutela delle balene. Il museo, ora situato in un ex mattatoio presso il porto, contiene una collezione di enormi scheletri di megattere, balenottere minori e capodogli, tutti trovati imprigionati nelle reti dei pescatori o arenati sul litorale.

Museo delle balene a Húsavík - Islanda
Il museo delle balene a Húsavík

Cetaceo 1
Cetaceo 2
Dal porto di Húsavík partono le imbarcazioni che effettuano escursioni lungo le coste per l’avvistamento delle balene:

Escursioni per l
Porto di Húsavík - Islanda

Il porto di Húsavík: uno specchio d’acqua tra cime innevate



Húsavík, locali lungo il porto - Islanda
Graziella a Húsavík
Il porto di Húsavík (2)
Rosy a Húsavík

Dyrhólaey: tra faraglioni, basalti colonnari, archi e pulcinelle di mare

Non lontano da Vík, a Sud dell’isola, si estende l’altopiano roccioso di Dyrhólaey, che domina la pianura circostante, spiegandosi poi sul mare. La Saga di Njáll narra che qui aveva la sua fattoria Kári, (genero di Njáll), l’unico sopravvissuto all’incendio che aveva distrutto il suo clan. Nell’estremità orientale dell’altipiano si trova un grande arco roccioso. Lo si può osservare bene dalla nera spiaggia vulcanica di Reynisfjara.

Dyrhólaey - Islanda
L
La spiaggia di Reynisfjara è cinta da un gruppo di colonne basaltiche che sembra un enorme organo di chiesa, su cui nidificano le pulcinelle di mare e, sulle acque prospicienti, affiorano maestosi faraglioni:

Colonne basaltiche a Dyrholaey - Islanda
Da queste alture i piccoli dei pulcinella di mare, in estate, imparano a spiccare i loro primi voli.

pulcinella2
Pulcinella di mare


Pulcinelle di mare
Colonne  e faraglioni - Dyrholaey - Islanda
Faraglioni sul mare a Dyrholaey  - Islanda

Il sole di mezzanotte

Quando il sole, nel periodo estivo, resta basso sull’orizzonte e le ombre si allungano, tutto acquista un’inconsueta profondità che avvolge le vette delle montagne, i tetti delle case e le verdi pianure: è il cosiddetto “sole di mezzanotte”, che raggiunge anche l’Islanda e, nelle sue aree più settentrionali, conferisce alle coste dei fiordi e alle spiagge marine uno splendido contrasto bruno-dorato.

Il sole di mezzanotte - Húsavík - Islanda
Nostalgia del presente

In quel preciso momento l'uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l'adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l'uomo stava accanto a lei in Islanda.


J.L. Borges

Rosalba


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categorie: natura, viaggi, poesia, donne, racconti, islanda
sabato, 02 febbraio 2008

Vento Rosso: recensione

Vento Rosso

Vento Rosso di Giuliana Argenio

di Giuliana Argenio
Edizioni Il Filo
Il blog di Giuliana
Giuliana e il Vento

Con Vento Rosso, Giuliana Argenio ci fa vivere il travaglio individuale di creature sole, i cui destini s’incrociano nel tentativo di ritrovare le certezze perdute.
Un viaggio attraverso la coscienza e la scoperta di dolorose verità, raddolcite da un linguaggio ricco di figure retoriche rubate al testo poetico, che degrada, a tratti, anche in un lieve umorismo, o in colorite battute, tipiche dell’espressione parlata, soprattutto quando il narratore riporta i pensieri spontanei dei personaggi, o cede il passo ai discorsi diretti.
È un romanzo seducente, che ci lascia avvinghiati alle storie di anime sbriciolate dal loro passato e alla costante ricerca di una stabilità interiore, di una felicità che esse non raggiungono, se non per brevi attimi.
Emma, fisicamente fragile e graziosa, in fuga dal consumismo materialistico che assegna agli individui ruoli fittizi in un mondo artefatto, mostra un’incredibile forza e una notevole determinazione di fronte al precipitare degli eventi. Conosce Marco tramite internet, ed egli è subito attratto dalla sua inconsueta capacità di accorciare i sentieri che conducono ad una comunicazione profonda, si sente da lei accettato, pur non riuscendo ad accettare se stesso. Tormentato da dissociazioni mentali, lotta, di volta in volta, con le proprie differenti personalità, oltre che contro un governo incapace di coronare i suoi ideali politici.
Rosso è il vento delle rivolte politiche, rosso è il vento di una personalità violenta, che abbandonerà Marco esclusivamente quando sarà la vita ad abbandonarlo.
Alcool, fumo e poesia accompagnano sempre la sua vita e le sue lotte, al pari delle contrastanti personalità di cui non riesce a liberarsi. Solo l’affetto e la stima per Emma gli fanno vestire i panni di una normalità, ben presto dimenticata, quando diventa Francisco Scuderi.
Altro personaggio interessante è Fiamma, una donna che vive in un mondo surreale e immaginario. Mossa dalle sue psicosi ossessive, appare caratterizzata da un determinismo egoistico, causato dall’abbandono materno e da un desiderio di compensare il proprio vuoto con il possesso del corpo e dei sentimenti altrui, nell’illusione di poter raggiungere la felicità con l’amore fisico.
Marco è un guerrigliero che combatte per la libertà collettiva contro un governo ingiusto, prima ancora di aver conquistato la propria libertà interiore. Solo nella sua nuova identità di Francisco si sente veramente in trappola e avverte l’impellente desiderio di cercare una libertà individuale, anche a costo di affrontare il carcere.
Emma raggiunge la propria libertà interiore attraverso l’introspezione e il ragionamento, e scoprirà se stessa al prezzo di grandi perdite e rinunce.
Un ruolo di primo piano, nel romanzo, ha la funzione della poesia, che concede alle emozioni di sopravvivere oltre la morte.

Per July,
Rosalba

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categorie: recensioni, giuliana argenio
giovedì, 03 gennaio 2008

Iceland: connection to nature

(Prima parte)


Runa - /ng/

La natura nuda

Le mie vesti
le ho appese sul campo
su due spaventapasseri.
Si sentivano eleganti
così ben vestiti.
Pudico è un uomo nudo.

Spaventapasseri
(“Le apparenze”, dall’Hávamál,
I detti dei Vichinghi,
traduz. italiana di Paolo Maria Turchi)

L’Islanda mostra una natura sconfinata, in continua evoluzione, un’inarrestabile nascita e rinascita, che ci fa immergere in una primordiale origine e ci introduce in un’atmosfera di repentini cambiamenti di colori, luci e paesaggi. Le abitazioni lontane dai grossi centri sembrano ricordare le consuetudini di popoli nomadi, avvezzi a costruzioni leggere, che si integrano perfettamente con l’ambiente e la natura.
Terra di vulcani, ghiacciai, distese di lava, scogliere e cascate, l’Islanda vive costantemente il conflitto tra acqua e fuoco. Divisa diagonalmente dalla dorsale medioatlantica, offre lo spettacolo di fenomeni vulcanici e geotermali (geysir, sorgenti termali, soffioni, solfatare, colate laviche, crateri e caldere).

La Dorsale Medioatlantica
La Dorsale Medioatlantica


Faglia tettonica, Reykiahlíđ, Islanda
Faglia lungo la Dorsale Medioatlantica

Colonizzata alla fine del IX secolo d.C. da popolazioni norvegesi provenienti dalla Scandinavia e da Celti di origine britannica, conobbe nell’anno Mille il Cristianesimo.
Per molti secoli, anche dopo la diffusione del Cristianesimo, l’antica filosofia pagana ha continuato a sopravvivere, nelle popolazioni nordiche, come una reazione di sostrato: questa cultura, ancora nel XVII secolo, contemplava stregoni che invocavano la potenza degli dei pagani, di Odino, Thor e Freyr.
La fiducia umana nelle capacità individuali era intimamente connessa con la natura e la società, il ciclo della vita era unico, il mondo vivente costituiva un insieme armonioso in tutte le sue manifestazioni.
L’Hávamál è uno dei più famosi poemi eddaici. Le Edde valgono per la cultura nordica come i Veda per l’India e i poemi omerici per la Grecia. Non si sa con certezza quale sia il luogo di composizione dell’Hávamál (c’è chi sostiene fosse la Norvegia, altri l’Islanda, altri ancora le Isole Britanniche), né si conosce con esattezza la sua datazione, ma oggi si tende a collocare l’opera tra il 700-900 d.C.

Antica mappa dell


L’Edda poetica e l’Edda in prosa


L’Edda più antica, detta Edda poetica (o anche di Saemund), e l’Edda in prosa di Snorri Sturluson rappresentano le più importanti raccolte di poemi che riportano la mitologia norrena e le leggende degli eroi germanici.
Fra i tanti manoscritti membranacei, il Codex Regius che contiene l’Edda poetica non è il più antico, fu redatto intorno al 1270, da un solo copista, ed è costituito da sei fascicoli, per un totale di novanta pagine scritte. Il codice presenta una lacuna di otto fogli dopo il quarto capitolo. La lacuna esisteva già quando il manoscritto venne acquistato da Brynjólfur Sveinsson, grande cultore di testi antichi, vescovo della diocesi di Skálholt nell’Islanda meridionale dal 1639 al 1675.
Brynjólfur sosteneva che l’Edda più antica fosse opera del chierico Sæmundr Sigfússon e che sarebbe andata del tutto perduta, se l’epitome di Snorri Sturluson non ne avesse salvato qualche traccia.
Ma il Codex Regius non era il vero corpo dell’Edda e il manuale di poetica di Snorri Sturluson non era la sua epitome.
Molto incerta è l’origine del nome Edda: “bisavola”, secondo alcuni; secondo altri “Oddi” (nome della fattoria e della scuola in cui sarebbe vissuto il presunto autore Sæmundr Sigfússon e luogo in cui visse la propria giovinezza Snorri Sturluson); altri ancora fanno derivare il termine Edda da una radice ricostruita *eddr, che significa “onorato”, per cui il nome assumerebbe il senso di “libro venerato”.
I più antichi manoscritti della cultura islandese sono ora conservati nell’Istituto Árni Magnússon di Reykjavík: l’Islanda dovette darsi da fare parecchio per riaverli dalla Danimarca.

Edda Poetica
Interessante, a proposito del Codex Regius, il libro: Edda Poetica – Il Carme di Sigrdrifa, a cura di Carla Del Zotto, Libri Scheiwiller – PlayOn, con testo e traduzione.










Edda in prosa
Per l’Edda di Sturluson, che si districa tra narrazione e didattica, è utile il libro curato da Giorgio Dolfini, Snorri Sturluson – Edda, Adelfi Edizioni.














La lingua, la scrittura e le rune

L’Islandese è una lingua di origine germanica. Appartiene, precisamente, al ramo germanico settentrionale che, nella sua fase più antica, è documentato nelle famose iscrizioni runiche, così chiamate dal nome dei segni utilizzati per la loro trascrizione, detti “rune”. Le più datate risalgono al II – III secolo d.C e sono diffuse prevalentemente in Danimarca e in Svezia sino al VII – VIII secolo d.C.: esse attestano una lingua unitaria in tutto questo territorio.
Sicuramente si riferiva alle rune lo storico latino Tacito, quando descrisse il modo in cui gli antichi popoli germanici predicevano il futuro. Egli racconta che i Germani usavano rami e ricavavano bastoncini su cui incidevano dei segni (rune), poi poggiavano i bastoncini su un panno, li estraevano a sorte e ricavavano il futuro.
Questa scrittura più antica dei Germani è associata, in origine, ad una funzione magica e sacrale , infatti, in varie lingue germaniche, runa significa “mistero”, “segreto”.
In certe zone del mondo germanico settentrionale, l’uso delle iscrizioni runiche si è protratto sino al XIV secolo d.C..
Dopo la fase più antica, in cui il Germanico era indifferenziato, iniziò la diversificazione del ramo settentrionale, che si distinse in due sottogruppi:
da un lato il Germanico Settentrionale Occidentale, che comprende il Norvegese e l’Islandese (originato dal Norvegese quando alcune famiglie vichinghe abbandonarono la Norvegia per colonizzare l’Islanda); vicino al Norvegese è anche il Feringio, parlato nelle isole FærØer;
da un altro lato il Germanico Settentrionale Orientale, che comprende lo Svedese (parlato anche in alcune regioni della Finlandia) e il Danese.
Alcune lettere dell’alfabeto runico sopravvivono nell’attuale scrittura islandese, che utilizza l’alfabeto latino, introdotto con il Cristianesimo intorno all’anno Mille.
Si tratta dei grafemi che corrispondono ai fonemi þ (thorn), pronunciato come il th sordo dell'inglese thanks e đ (eth), il corrispondente sonoro, pronunciato come l’inglese that; infine, æ ed ö.

Le rune
Le rune.
Clicca sull'immagine per avere ulteriori informazioni



La musica: Bjork e i Sigur Rós

Björk , artista islandese“Volevo che i testi
delle mie canzoni
avessero il sapore dell’epica,
così li ho fatti scrivere
a un grande poeta islandese,
il mio amico Sjón”.
Björk

Björk , artista islandese Björk , artista islandese


Björk

Isobel

In a forest pitch-dark
Glowed the tiniest spark
It burst into flame
Like me, like me

My name isobel
Married to myself
My love isobel
Living by herself

In a heart full of dust
Lives a creature called lust
It surprises and scares
Like me,like me

My name isobel
Married to myself
My love isobel
Living by herself

When she does it she means to
Moth delivers her message
Unexplained on your collar
Crawling in silence
A simple excuse
Nana na nana, nana na nana
Nana na nana, nana na nana

In a tower of steel
Nature forges a deal
To raise wonderful hell
Like me, like me

My name isobel
Married to myself
My love isobel
Living by herself

When she does it she means to
Moth delivers her message
Unexplained on your collar
Crawling in silence
A simple excuse
Nana na nana, nana na nana








Björk Guðmundsdóttir scrisse Isobel (presente  nell’album Post del 1995) con Sjón, poeta e scrittore islandese che pubblicò la sua prima raccolta di liriche a soli quindici anni.
Nel 2005, il suo racconto "La volpe azzurra" fu premiato con il Nordic Council Literature Prize, il più importante riconoscimento letterario scandinavo.
La stessa Björk compose il suo primo album a soli undici anni e riuscì a venderne settemila copie. L’arte di Björk, fatta di continue sperimentazioni, sfugge a qualunque rigida classificazione.
Il suo ultimo album, del 2007, è Volta.


Björk - Isobel
(Prima di aprire il video musicale, disabilitare l’audio di sottofondo tramite l’icona del lettore nella colonna sinistra del blog)


Jón Þór Birgisson, Ágúst Ævar Gunnarsson e Georg Hólm, detti Sigur Rós (Rosa della Vittoria), un gruppo musicale islandese di grande successo, nato nel 1994, furono molto apprezzati da Björk che, in occasione del cinquantesimo anniversario dell'indipendenza islandese, fece pubblicare nella sua compilation, Smekkleysa í Hálfa Öld, il loro primo brano, Fljúgðu.

Sigur Rós - Njosnavelin (acoustic live in Paris)



Þingvellir e il Parlamento

Þingvellir, o Thingvellir, a 50 chilometri ad Est di Reykjavík, insieme alla penisola di Reykjanes, mostra in modo chiaro la faglia tettonica che separa le placche europea e nordamericana.
A Þingvellir, dopo il 930 d.C., fu fondata una delle prime istituzioni politiche islandesi, l'Assemblea parlamentare, detta Alþing; Þingvellir significa, infatti, "Pianure dell'Assemblea". Essa diede origine alla confederazione islandese composta da 39 tribù indipendenti. Durante le sedute legislative dei capi locali si svolgevano giochi, recital, matrimoni.
L’Alþing, nell’anno Mille accolse pacificamente il Cristianesimo come religione ufficiale. Durante il dominio norvegese e danese (1271-1662), l’assemblea prese il nome di Lögþing, “ Assemblea della legge”. Poi, nel 1798, la sede dell’ Alþing fu trasferita nella capitale, Reykjavík e nel 1928 Þingvellir divenne Parco Nazionale. Infine, nel 1944, l’Islanda venne proclamata Repubblica.

Þingvellir
Þingvellir: la faglia tettonica


Þingvellir, il Parlamento
Þingvellir: il Parlamento



Il distributore di idrogeno

A qualche chilometro ad Ovest di Reykjavík , “baia fumante”, detta così per i vapori generati dai geysir intorno al porto naturale, c’è un distributore di idrogeno della Shell per autobus: è l’unico distributore cittadino di idrogeno. A Reykjavík, come in altre città europee, è stata attuata la sperimentazione per l’alimentazione degli autobus ad idrogeno. Il progetto ha avuto un grande successo in Islanda, perché, per ottenere idrogeno, si possono sfruttare risorse naturali non inquinanti.
Distributore di idrogenoLa diffusione su larga scala del progetto incontra, però, delle difficoltà, legate soprattutto al trasporto dell’idrogeno (non tutte le strade islandesi sono asfaltate e facilmente praticabili).
L’idrogeno si ottiene per elettrolisi dall’acqua, che separa l’idrogeno dall’ossigeno. Per generare questo processo elettrochimico, in Islanda si utilizzano fonti di energia geotermica o, in qualche caso, idroelettrica.Distributore di idrogeno









Barnafoss: la Cascata dei bambini

Percorrendo, attraverso la Kaldidalur, il lato Sud-Ovest dell’Isola e dirigendosi verso Nord-Est, si può osservare il ghiacciaio Langjökull, si giunge a Hraunfossar, e si può visitare Barnafoss, la “Cascata dei bambini”.

Barnafoss: cartello










Barnafoss











Una leggenda ne spiega il nome.


Nel giorno di Natale, tutta la famiglia di Hraunsás si era recata a messa, ad eccezione di due fanciulli, rimasti a casa. Quando la gente rientrò dalla chiesa, i fanciulli erano scomparsi e le loro tracce si fermavano all’arco di pietra che scavalcava il fiume. Essi erano caduti nelle acque della corrente ed erano annegati. La loro madre fece allora abbattere il ponte naturale, per evitare che altri bambini conoscessero la stessa sorte.





La sorgente geotermica di Deidartunguhver


Nell’Islanda occidentale, a circa ventuno chilometri da Reykholt si trova la sorgente geotemica di Deidartunguhver, che rifornisce la regione di acqua calda. L’acqua calda corrente arriva direttamente nelle case di Borganes e Akranes attraverso una conduttura di circa 64 chilometri.


La sorgente geotermica

Deidartunguhver
La condotta di convoglio dell'acqua calda


L’essicazione del merluzzo nel fiordo Skagafjörđur

LNella parte nord-occidentale dell’Isola, non distante dall’albergo-scuola di Sauđárkrókur, una struttura scolastica utilizzata come alloggio turistico-alberghiero, sorge un piccolo villaggio di pescatori, che lungo lo Skagafjörđur lavorano il merluzzo. Le fotografie mostrano alcune fasi dell’essicazione del pesce.

I corpi vengono privati delle teste; queste ultime sono appese ad essiccare separatamente e verranno esportate in Africa, dove sono molto apprezzate, soprattutto nelle zuppe.



Merluzzo ad essicare a SkagafjörđurTeste di merluzzo, Skagafjörđur












La fattoria di Glaumbær: sede centrale del Museo di Cultura Popolare dello Skagafjörđur

La fattoria sorge su una collina da cui si allarga una splendida vista sulle circostanti vallate ed è costituita da abitazioni che risalgono a periodi differenti. Uno scavo del 2002 ha riportato alla luce i resti di fondamenta dell’XI secolo. Quando i suoi ultimi abitanti lasciarono la fattoria, essa venne dichiarata patrimonio culturale e nel 1948 venne fondato il Museo di Cultura Popolare dello Skagafjörđur. La fattoria fu inaugurata il 15 giugno 1952 con un’esposizione sulla vita nelle antiche case in torba. Possiede, infatti, la maggior quantità di torba dell’intero paese e le sue pareti sono costruite con mattoni di torba , poiché la pietra da costruzione è rarissima nella zona. Il legno utilizzato per le infrastrutture proviene da materiali trasportati alla deriva dall’oceano e accatastati sulle sponde dell’Isola: infatti il legno è di varie tipologie.
Attraverso un lungo corridoio, si accede all’interno delle singole stanze. La più affascinante è la Stanza Blu, costruita nel 1841. Si narra che, nell’agosto di quell’anno, il poeta Jónas Hallgrímsson, ospite di Glaumbær, soggiornò proprio in questa stanza. In ricordo del suo soggiorno, i versi della sua poesia “Ferđalok (fine del viaggio) sono cuciti nelle lenzuola.

Fattoria di Glaumbær 01- Islanda
Fattoria di Glaumbær 02 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 03 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 04 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 05 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 06 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 07 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 08 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 10 - Islanda
Caratteristica è la Stanza degli ospiti, costruita nel 1878:

Fattoria di Glaumbær 11 - Islanda
Vi è anche il locale adibito a cucina, inoltre ci sono tre masserie, un’officina per riparare attrezzi, affilare le falci, forgiare ferri di cavallo e due depositi : qui vengono conservati arnesi da fabbro, attrezzi agricoli e altri oggetti tradizionali, il cui uso nelle odierne campagne islandesi è scomparso. La stanza chiamata Soggiorno fungeva da sala da pranzo e da dormitorio della famiglia, qui si tesseva, si filava, si cardava e si trascorreva la vita.
Alla base dell’alimentazione vi erano i l caratteristico sanguinaccio, lo skyr (una specie di yogurt islandese), il latte, il burro, la carne salata e le patate.
Nelle foto seguenti si possono osservare gli antichi paiuoli che contenevano i cibi e, appesi ad una parete in cui è ben evidente la tipica disposizione dei mattoni di torba, degli attrezzi agricoli.

Fattoria di Glaumbær 12 - Islanda
Fattoria di Glaumbær 13 - Islanda
Rosalba

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categorie: natura, viaggi, poesia, lavoro, islanda, cascate, edda, snorri sturluson
giovedì, 06 dicembre 2007

Lavori sordidi

Nell'antichità greca e romana, il lavoro manuale era disprezzato. Una mentalità tipicamente aristocratica riteneva sordidi i mestieri più umili, soprattutto se si trattava di lavori retribuiti. La retribuzione era infatti considerata un obbligo alla servitù dietro pagamento. Cicerone, nel De officis, elenca una serie di mestieri ritenuti sordidi; fra questi colloca anche il lavoro del commerciante all’ingrosso e quello degli artigiani. Solo la riconversione in terre e poderi della ricchezza acquisita tramite attività commerciali su vasta scala può condurre una persona all’acquisizione di una condizione degna di un uomo libero. Cicerone esalta la situazione privilegiata del ricco proprietario terriero, che non lavora il proprio terreno per necessità, ma vive di rendita.

[150] Ed infine intorno alle professioni e alle fonti di guadagno, quali debbano ritenersi onorevoli e quali sordide, questa è più o meno la tradizione che abbiamo ricevuto. In primo luogo sono riprovevoli quei guadagni che attirano l’odio degli uomini, come quelli degli esattori e degli usurai. Indegni di un uomo libero e sordidi sono anche i guadagni di tutti i salariati, dei quali si compra il lavoro manuale, non l’abilità; poiché in essi il salario stesso è quasi prezzo di servitù. Sono poi uomini sordidi coloro che comprano dai commercianti all’ingrosso e rivendono subito: essi infatti guadagnano a furia di menzogne; né v’è alcuna cosa più turpe della menzogna. Anche gli artigiani tutti esercitano un mestiere sordido; una bottega infatti non può avere nulla di degno di un uomo libero. Del tutto ignobili sono poi quei mestieri, che servono a soddisfare i piaceri: <<i venditori di pesce, i macellai, i cuochi, i pollaioli, i pescatori>>, come dice Terenzio. Si possono anche aggiungere i profumieri, i ballerini e coloro che danno luogo ad ogni sorta di spettacoli poco decenti.


Mestieri nell
[151] Onorevoli invece sono per quelli, alla cui posizione sociale convengono, le professioni che richiedono maggior forza intellettuale e sono fonte di molta utilità, come la medicina, l’architettura, l’insegnamento delle arti liberali. Anche il commercio, se esercitato su piccola scala, è da ritenersi sordido: ma, se è esercitato su vasta scala, importando da ogni parte molte merci e distribuendole a molti senza frode, non è poi del tutto biasimevole; anzi si può lodare a giusto titolo, se chi lo pratica, sazio o piuttosto soddisfatto del guadagno ottenuto, allo stesso modo che spesso si ritirava dall’alto mare in porto, si ritira dallo stesso porto nelle sue proprietà terriere. Di tutte le occupazioni, però, dalle quali si trae qualche guadagno, nessuna è più nobile, più produttiva, più piacevole, né più degna di un vero uomo, di un uomo libero, dell’agricoltura. Intorno ad essa ho a lungo parlato nel Catone Maggiore, e potrai trarre di lì ciò che si riferisce a questo argomento.


Contadini
Cicerone, De officis, I, 150-151 (trad. A. Resta Barrile).

postato da: flash6155 alle ore 21:26 | link | commenti (55)
categorie: lavoro, mestieri, cicerone
domenica, 04 novembre 2007

Il saltimbanco dell'anima

Chi sono?


Il futuro del Futurismo, Clown Torture

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell'anima mia:

<<follia>>.