tutto scorre

"Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va."
Eraclito

CHI SONO

Utente: flash6155
Rosalba. Abito nella frattura incandescente della Dorsale medioatlantica, cammino tra il fuoco e il ghiaccio, il mio corpo è sempre altrove. Amo guardare il mondo da ogni parte della terra, per ricercare il miglior punto d'osservazione del pensiero umano: sono in continuo movimento, senza tregua, perché ogni volta, per ogni opinione e per ogni civiltà, il punto d'osservazione migliore cambia.
Ludovico Einaudi:
L'origine nascosta

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domenica, 05 luglio 2009

Niente denaro, niente guerra; niente sesso senza pace


Lisistrata, "colei che scioglie gli eserciti"

Lisistrata
Nella commedia Lisistrata, del 411 a.C., Aristofane affida alle donne il compito di amministrare il denaro pubblico, fonte di discordie e di corruzione fra gli uomini; viene citato l’esempio di personaggi politici, come Pisandro, che aspirano alle alte cariche solo per poter rubare.
Le donne, dopo la disastrosa spedizione in Sicilia, e stremate dalla guerra del Peloponneso, hanno occupato l’Acropoli di Atene, la parte alta della città, la rocca in cui è conservato il tesoro della lega di Delo, e non intendono più sottostare al volere degli uomini che ha causato corruzione, guerre, dolore, perdite umane: vogliono essere loro a prendere le redini della situazione, perché sanno amministrare il denaro meglio degli uomini, abituate ad essere econome a casa propria. Lisistrata convince le donne della Grecia ad attuare con i mariti uno sciopero del sesso, allo scopo di indurli a firmare la pace, a dimostrazione che, senza pace, non ci può essere né una felicità comune, né una felicità individuale.
L’astensione proposta da Lisistrata non si limita ad un semplice rifiuto di rapporti fisici con gli uomini, ma implica anche una provocazione bella e buona:

LISISTRATA
Non c’è dubbio.
Noi stiamo in casa tutte agghindate,
nude sotto le tuniche di Amorgo,
depilate;
gli uomini arrapati morranno dalla voglia di fottere.
Ma noi diremo di no, senza degnarli di un’occhiata,
e allora vedrete che concluderanno la pace in tutta fretta, ne sono certa.

(Traduz. di Guido Paduano).

Lisistrata arringa le donne di Atene
Lisistrata arringa le donne di Atene
Illustrazione di Aubrey Beardsley (1872-1898)

Aristofane affronta il problema dell’emarginazione femminile, mettendo in evidenza alcuni elementi che agiscono in sordina nella vita quotidiana tra uomo e donna. Le donne, tenute dagli uomini all’oscuro di tutto ciò che concerne la guerra, devono tessere e occuparsi della casa: in realtà, però, riescono sempre ad essere informate di ogni cosa. La guerra, da sempre “affare da uomini”, diventa per lui incentivo ad ironizzare su un passo omerico.
Nel VI libro dell’Iliade, ai versi 490-493, dopo lo struggente discorso di Andromaca, che cerca di convincere il marito ad abbandonare la guerra contro i greci, il troiano Ettore risponde:

Su, torna a casa, e pensa all’opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; alla guerra penseranno gli uomini
”.

Aristofane, sulla falsariga della risposta di Ettore ad Andromaca, fa pronunciare a Lisistrata, che si lamenta del comportamento del marito, queste parole:

…E lui, guardandomi di traverso,
mi diceva di badare a tessere,
altrimenti avrei avuto mal di testa per un pezzo: «La guerra è affare da uomini»
”.

Nella commedia aristofanea il coro delle donne irride gli uomini, rimproverandoli di non essere capaci di concludere la guerra e li accusa di arrecare danni alla città con la loro inefficienza e corruzione; lancia poi frasi pungenti contro chi, come Pisandro, per poter rubare, creava sempre una gran confusione. Ma adesso gli uomini facciano pure ciò che vogliono: il denaro non lo prenderanno più.
Molto efficace il discorso di Lisistrata sulla pratica del buon governo e della pace, che contiene la metafora della cardatura e della tessitura della lana:
come la lana del manto delle pecore, appena tosata, deve essere detersa per portare via lo sporco, così dalla città deve essere lavato l’untume e allontanati i cattivi; come la lana viene poi battuta per eliminare gli spini, così bisogna scacciare i cittadini corrotti che complottano per le cariche.
Infine Lisistrata accusa gli Ateniesi di condurre una cattiva politica nelle colonie, che dovrebbero essere unificate per il bene del popolo: bisognerebbe considerarle come fiocchi di lana caduti per terra, “prenderli e raccoglierli insieme e farne un solo gomitolo, da cui tessere una tunica per il popolo”.

Rosalba

domenica, 04 gennaio 2009

Metamorfosi


Vortice Notturno - http://www.filippomaconi.com/images/gallery_new/vortice-notturno-n-73.jpg
Vortice Notturno


Argento vivo nella notte
le tue parole
disegnano nell'oscurità del cielo
luminosi strali
gioie carezzevoli del giorno dopo.

Il centro di un Vortice fende la notte.
Affamato delle tue promesse
avvita il cielo
e
col suo respiro caldo precorre l'indomani.


Vortice
Rinascita


Rinascerai
Rinascerò
Ognuno purificherà
con i sogni
una nuova realtà.

Una nuova vita
poggerà i propri piedi
scalzi
e si ferirà
sui frammenti di altre vite
in una continua e infinita
ricerca
di ciò che manca.

Un Vortice
ora
mi stringe
m'immobilizza.

Strali d'argento
ossidato
dall'umidità della notte
lo attraversano
e con esso
le mie membra.

D'un tratto
un tremito
un sussulto
scuotono il mio corpo
denso di elettricità
Una pioggia come pianto
finalmente mi libera.

Ogni volta che sarò ferita
rinascerò.

Pioverà
Rinascerò
Pioverà
Rinascerai.

In un abbraccio infinito
pioggia e rinascita
s'incontreranno
per mille anni ancora
come la vita e la morte
come la gioia e il dolore.

Rosalba

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categorie: poesia, rinascita, vortice notturno
lunedì, 29 dicembre 2008

Notte stellata


Notte stellata
La vita fremeva
sotto l'aria frizzante di un cielo notturno.
Spalle contro il muro,
lungo gli orpelli dei balconi
inseguivo i miei sogni,
e un desiderio indistinto d’infinito
si confondeva tra orizzonte e cielo,
ogni volta che un impalpabile manto stellato
sostituiva l’irragionevole rossore del sole
e poi svaniva alle luci dell’alba.
A cinque anni era un grandioso privilegio
poter restare alzata ed osservare,
col naso freddo, l’incredibile spettacolo,
quasi un eterno Natale!

Ora, in un solo istante,
vedo presente e passato fusi insieme
ed ho coscienza di me alle porte del futuro,
sola,
e solo in me posso trovare la mia forza,
in un ancestrale ricordo di luna e stelle
e nel sapore lieve di una nebbia mattutina.

Rosalba

postato da: flash6155 alle ore 18:25 | link | commenti (29)
categorie: poesia, notte stellata
mercoledì, 12 novembre 2008

Ritorno alle origini

(Dedicato a Bosa)

Bosa, Sa Costa, foto 1 Camminerò a piedi scalzi
tra le calde pietre dei tuoi sentieri,
procederò senza bagagli
tra dissepolte effigi e stemmi d’ieri.

Bosa, foto aerea Placherò la sete del mio volto
con l’aria fresca della tua marina
tra i soggiorni antichi
fusi col cielo sulla tua spalla china.

Bosa, Sa Costa, foto 5 Mi ergerò in volo sulle tue alture
e planerò sulle tue sinuose vallate
per ascoltare i silenzi
delle tue colorate note d’estate.

Bosa, Sa Costa, foto 4 Allora i colori faranno a lite
per aprire sui muri varchi nel cielo,
svetteranno sovrastanti
a coprire macerie e umano gelo.

Bosa, Sa Costa, foto 2 E quando il sole sarà ormai alto
e rischiarerà tutti i tuoi anfratti
ruberò sotto le tue fronde
rifugio ombroso a randagi gatti.

Bosa, Sa Costa, foto 3 Ricchi, perché non hanno pesi,
paghi perché non hanno niente
e possono godere di tutto,
senza far lutto
di perder ciò che hanno trovato.


Rosalba

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categorie: natura, poesia, origini, bosa
martedì, 07 ottobre 2008

Incomunicabilità


L’incomunicabilità è un tunnel
di messaggi paralleli
che viaggiano su treni
dai finestrini appannati


Tunnel

Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto
Valerio Magrelli

Un amore disperato si dibatte e s'illude che, dall'altro capo di un tunnel, ogni sua singola parola giunga al destinatario incontaminata, così com'è stata concepita... intatta!
Tesse l'amore la propria tela e, in una carezza leggera, avvolgerà la preda: ma non trova le chiavi per aprire il suo cuore.
Cresce l'amore che alimenta la tela e rode il torace a chi, moderno Prometeo, ha osato rubare agli dei... Poi c’è solo il deserto, nelle brulicanti vie dell’anima.
Meglio non muoversi, il dolore può acuirsi, meglio aspettare la naturale espunzione di questo amore, come fa il nostro corpo con un corpo estraneo. L'amore varcherà l'orizzonte dei sensi, allontanandosi dalla nostra percezione e lascerà una ferita ormai guarita...


Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto
ed è cieca ai miei inganni, né può
scorgere il filo del mio parlare,
né inciamparvi. Attraversa ogni trama
senza nemmeno sapere a cosa si sottrae,
o forse proprio questo incurante sostare
le dona prodigiosa incolumità. Così,
mi sento quasi una terra abbandonata,
su cui di sera quietamente passeggiano
uomini ed animali; e questa donna
cresce dentro di me, dolorosa
come un uccello vivo nel torace.
Paziente dovrò aspettare
la lenta espunzione di questo corpo estraneo,
che varcando l'orizzonte dei sensi
lascerà di sé solo
la sottile firma di una cicatrice.


Da Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi, Torino


Tunnel Giovanni Rapiti, “Incomunicabilità”

Rosalba

mercoledì, 10 settembre 2008

Vanno i ricordi l'anima a setacciar


Manu e Mary
Dolce tepore di un’estate antica,
quando profumi e sapori
erano intatti e veri,

quando i miei pensieri
trottavano sui bagliori
di sfavillanti gusci dorati.

Fasci di luce impolverati
varcavan persiane socchiuse
ricamando figure camuse

proiettate su mobili scarni,
sembianze alimentate
da fiabe una volta narrate.

Lembi sfumati col carboncino
son ricordi vaghi di sopite doglie,
i tratti marcati compiute voglie.

Sfuma nei ricordi il dolore,
nel setaccio indugia raro il fiore
tosto tramutato in malinconia .

Rosalba

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categorie: poesia, ricordi, ritratto
lunedì, 25 agosto 2008

Potature


cesoie
Potare, potare, potare...
Ogni inutile ramo cade con un tonfo sordo tra il fogliame adagiato sul terreno.
Potare, potare, potare... quel rumore ovattato provoca un piacere sottile, una momentanea soddisfazione…
Oh, sì, che appagamento percepire la caduta di quelle fronde superflue!
I nuovi getti forti prodotti ogni stagione dalla base della pianta delle rose, col trascorrere del tempo, approfitteranno completamente del nutrimento assorbito dalle radici: sostanza vitale che verrà a mancare ai rami originari. “Alla fine i vecchi rami moriranno per poi cadere al suolo” - dice qualunque buon manuale di giardinaggio - . “Un metodo di potatura naturale ma lento”. La natura fa comunque il suo corso, indipendentemente dal nostro impegno.
“Scopo della potatura è di abbreviare i tempi della natura, eliminando i vecchi rami morti, stimolando così la produzione di getti nuovi, vigorosi e sani e del numero ottimale di fiori per le rose”.
Se si abbrevia il corso della natura, scorrerà più rapidamente nuova linfa vitale nella pianta che ha subito il taglio e la soddisfazione di chi ha compiuto l’opera aumenterà di conseguenza.

rosa_bianca
Sono una rosa bianca, lo dichiara il mio nome (dal Latino rosa alba, “rosa bianca”), e posso assicurare che quando sono stata potata non ho mai visto scorrere nuova linfa vitale fra i miei rami e neppure tra le vene di chi mi ha tosata.
Per favore, se amate le potature sconsiderate delle rose, non mettetemi nel vostro giardino di Splinder…

Rosalba

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categorie: potature
sabato, 16 agosto 2008

Le radici di un cane randagio

(Dedicato a Bosa, il mio caro luogo natìo)

Cane randagio
Ogni ramo che fa ombra è la sua casa, ogni tugurio che sa di buono è la sua dimora, ogni pietra è per lui preziosa perché sorregge i suoi passi. Ha lo sguardo morbido, il pelo arruffato sopra gli arti secchi, come i campi coperti di sterpi nel tempo della calura estiva.
Guarda il tramonto come se scrutasse un leprotto, pronto ad afferrarlo prima che sgattaioli oltre il montarozzo di terra, fra i lentischi, nel buio della sua tana. Appena cala la sera, s’aggira per viottoli stretti e mura antiche, da cui pendono panni fragranti di bucato, proprio lì, ai piedi del Castello Malaspina. Riconosce qualunque angolo del suo quartiere, lo discerne dall’odore, dalle voci umane di chi non sopporta le intrusioni dei turisti ma riesce ad essere gentile con i cani. In qualche momento accetta una carezza, ciò nonostante si affeziona ai luoghi, alle persone ormai non più: troppe volte è stato abbandonato.

Bosa 1Bosa 2Bosa 3
Poi il suo passo si fa sempre più rapido, quasi voglia evitare di gravare per troppo tempo sulle pietre del selciato che sorreggono il suo peso: un peso lieve, ma lui si sente molto pesante.
Meglio allontanare la zavorra dei pensieri. Le sue tenere ciglia incorniciano una visuale mozzafiato: si sente ricco per ogni inquadratura che può sottrarre a quello splendido paesaggio bosano che si offre ai suoi occhi.

Bosa 4
In seguito su, sempre più in alto, verso l’erta che conduce al castello. Di tanto in tanto si volge ad sservare il panorama del fiume Temo e della marina attraverso gli sprazzi luminosi lasciati vuoti dalle case: è questa la sua terra, queste sono le sue radici.

Bosa 5
Infine, una corsa assetata in cima al colle di Serravalle, per raggiungere il punto in cui il presente è uguale al passato, laddove i tre vivi incontrarono i tre morti. Tra le mura del castello, all’interno della chiesetta di Regnos Altos, adesso quell’anima randagia può accucciarsi tra i banchi tarlati e rubare, ancora una volta, le splendide immagini affrescate sulle pareti, mentre alcuni giovani leggono le didascalie dei suoi dipinti
preferiti. Bosa 6
“… La leggenda dei tre Vivi e dei tre Morti, un dipinto unico in Sardegna. La leggenda narra che tre giovani nobili tornavano a cavallo dalla caccia col falco, quando in un crocicchio s’imbatterono in tre cadaveri che si avvicinarono minacciosi dicendo loro: «Eravamo quali voi siete, sarete quali noi siamo». Al che i giovani fuggirono terrorizzati.
A sinistra sono rappresentati i tre giovani nobili che rientrano da caccia, al centro San Macario che illustra le fasi della decomposizione del corpo dopo la morte: il primo ha il capo incoronato appoggiato su un cuscino in pizzo, il corpo integro ed abbigliato come i tre vivi, il secondo ha la testa ugualmente incoronata ma il cuscino su cui poggia è consumato come il corpo, ormai nudo e divorato da serpi e da un topo, il terzo è ormai ridotto ad uno scheletro”.


Bosa 7
“Tema francescano sulla vanità dell’esistenza. San Macario spiega ai principi ciò che stanno osservando ed illustra l’ammonimento biblico: «Eramus quod estis, eritis quod sumus»”.
Anche lui si sente un principe nella chiesa del suo castello, anche lui dormirà su un cuscino di pizzo. Affascinato da quella vista e dallo sciabordio delle voci che ripetono sempre la stessa leggenda, resterebbe lì ancora a lungo, ma fra un po’ i cancelli saranno chiusi ai visitatori, e poi lui è un cane randagio, ritorna nei luoghi cari, ma non si ferma. Così ripercorre a ritroso ogni suo passo: questa volta, però, non teme di sovraccaricare con il suo peso il selciato. Si avvia lentamente, pregustando il lieve
respiro di un’aria frizzante che l’indomani gli regalerà. Domani potrà catturare altre immagini tra le meraviglie del luogo in cui è nato; domani potrà gioire ancora. C’è ancora tempo per dormire sul cuscino di pizzo.

Rosalba

giovedì, 31 luglio 2008

Il cambiamento

Quanti piccoli, quasi impercettibili, mutamenti osserviamo ogni giorno sul nostro corpo, sulla nostra pelle, nei nostri movimenti, sui volti delle persone e nelle cose che ci circondano! Una piccola ruga, che prima non c’era, ora solca il nostro volto o quello dei nostri cari, i bimbi crescono e non stanno più nei vestiti, gli abiti lentamente si logorano, il nostro umore o quello di chi c’è accanto subisce alterazioni, come l’aria umida prima di un temporale. La casa imbiancata di fresco a noi appare sempre bianca, finché qualcuno, che non viene a trovarci da molto tempo, ci fa notare che le pareti sono un po’ troppo scure e ingiallite e, in qualche punto, recano macchie completamente invisibili ai nostri occhi, assuefatti all’abitudine.
Tutto ciò che ci circonda si trasforma e ogni essere vivente cambia, ma lo vediamo sempre uguale a se stesso perché mantiene i suoi tratti fondamentali, quelli che, secondo noi, lo distinguono. Tutto ci sembra uguale finché la percezione di ciò che ci circonda resta sotto il nostro controllo. Siamo passeggeri caricati su uno stesso treno, che viaggia per tutti alla stessa velocità. Tutti gli istanti d’ogni nostra piccola alterazione sono avvertiti, da noi e dai nostri compagni di viaggio, come un evento continuo e abbiamo quasi la sensazione che questa situazione duri un’eternità e possieda un carattere permanente. È un’esperienza simile a quella di un bimbo che fissa un fiore per ore, nella speranza di vederlo sbocciare: resiste finché può, si sforza e osserva a lungo, ma gli sembra che tutto sia identico alle ore precedenti. Poi, vinto dal sonno, socchiude gli occhi. Durante il suo riposo, trascorrono ancora altre ore e, al suo risveglio, s’accorge che il fiore è sbocciato.
“Nulla è permanente tranne il cambiamento”, sosteneva Eraclito. La realtà che osserviamo la distinguiamo nel suo costante divenire.
Anche le persone che ci stanno accanto sono inglobate nel nostro modo d’intendere la realtà e ci appaiono abbastanza unitarie, pur nelle loro trasformazioni, se i mutamenti sono graduali, infinitesimali e inavvertibili…
Quando però una persona a noi cara subisce un cambiamento che sfugge al nostro controllo, abbiamo l’impressione che la porta del treno si sia improvvisamente aperta per qualche accidente e abbia risucchiato all’esterno un passeggero. È come se una frana distruggesse tutte le nostre certezze e allora attribuiamo la variazione ad un evento esterno, che noi vorremmo poter dominare.

Grazia DeleddaL’amore di una madre nota subito i cambiamenti di un figlio, che vede crescere fin da bambino, giorno dopo giorno. In Grazia Deledda, nel romanzo “La madre” (1920), il cambiamento del figlio è visto in concomitanza con l’innamoramento, ed è quasi filtrato da una moralità collettiva che approva l’ossequio delle regole e attribuisce un carattere diabolico ad un sentimento irrazionale, non giustificabile nel rispetto di una fede religiosa. Il cambiamento, in questo caso, è un elemento estremamente negativo che va affrontato come una lotta contro il male. Paulo, giovane prete di un villaggio della Sardegna, s’innamora di una vedova e s’incontra con lei di nascosto, sorvegliato dagli occhi furtivi della madre, che segue ogni sua mossa, ogni suo respiro, frastornata dall’improvviso cambiamento di colui per il quale ha fatto tanti sacrifici.


“Ecco che infatti Paulo si moveva di nuovo; forse era appunto davanti allo specchio, sebbene ai preti ciò non sia permesso. Ma cosa non si permetteva Paulo, da qualche tempo in qua?
La madre ricordava di averlo spesso sorpreso, in quegli ultimi tempi, a specchiarsi a lungo come una donna, a pulirsi e lucidarsi le unghie, a spazzolarsi i capelli che si tirava in su dopo averli lasciati crescere, quasi cercando di nascondere il sacro segno della tonsura.
Egli poi usava dei profumi, si puliva i denti con polveri odorose e si passava il pettine persino sulle sopracciglia…
[…]
Fino a quel momento ella s’era illusa nella speranza di vederlo scendere al paesetto per visitare qualche malato: eccolo invece che correva come trasportato dal diavolo verso la casa antica sotto il ciglione.
E nella casa antica sotto il ciglione non c’era che una donna sana, giovine e sola…
[…]
Il vento fuori strisciava più intenso: il diavolo limava la parrocchia, la chiesa, il mondo tutto dei cristiani.
[…]
Infatti s’alzò, bruscamente, e invece di risalire nella sua camera, uscì di nuovo. La madre andò in cucina, con la tazza che le tremava fra le mani, e depose la tazza, e s’appoggiò all’anta del forno, smarrita. Le pareva ch’egli se ne fosse andato via per sempre: anche se tornava non era più il suo Paulo, era un disgraziato preso dalla cattiva passione, uno che guardava con occhi minacciosi, come il ladro in agguato, chiunque osasse attraversargli la strada”.
(Da "La madre", Grazia Deledda)

La tentazione e il peccato associati alla figura femminile vista come elemento diabolico richiamano, per certi aspetti, un tema popolare ricorrente in “La favola del figlio cambiato”, di Luigi Pirandello.
Ricordano, vagamente, quelle «Donne» artefici di un cambiamento, che fanno alle madri «malefizii» e sono «figlie dell’inferno, streghe del vento, streghe della notte».
Ma Agnese, la donna amata da Paulo nel romanzo di Grazia Deledda, è anche lei una creatura da salvare, una vittima di un artificio inspiegabile.
“Adesso ha ventotto anni il mio Paulo; ed ecco che la maledizione lo coglie. Una donna lo prende nelle sue reti. Monsignor Vescovo, ci mandi via di qui; salvi il mio Paulo: altrimenti egli perderà l’anima come l’antico parroco.
Eppoi bisogna salvare anche la donna: è una donna sola, dopo tutto, esposta anche lei alle tentazioni nella solitudine della sua casa, nella desolazione di questo paesetto, dove nessuno è degno di farle compagnia”.
(Da "La madre", Grazia Deledda)

Quando non c’è possibile osservare i costanti mutamenti che contribuiscono alla crescita, alla formazione e alla maturazione di una persona, a causa di un reciproco prolungato distacco da qualcuno, spesso può accadere che ci estraniamo dalla vita reale di questa persona. Così diamo vita ad un qualcosa che è solo l’immagine di una realtà conosciuta, un’estensione, una propaggine di una visione e un ricordo di quella persona cara, magari arricchita con particolari dalla nostra immaginazione, secondo i nostri desideri, per soddisfare un senso di vuoto.

Luigi PirandelloNella tragedia “La vita che ti diedi” (1923), scritta da Luigi Pirandello per Eleonora Duse, il personaggio della madre, Donn’Anna Luna, opera una sorta d’estraniazione dalla realtà esterna e crea un’immagine della realtà parallela a quella della vita reale del figlio, lontano da sette anni.
Per tutto il tempo, la madre aveva vissuto ricordandolo come lo aveva conosciuto quando era con lei, completando i punti mancanti di un puzzle e condendo la vita del figlio con il sogno e l’immaginazione. Anzi, in questo caso, si potrebbe affermare che la madre abbia dato due volte la vita al proprio figlio: la prima volta, quando concretamente lo diede alla luce e, una seconda volta, quando costruisce una sembianza della realtà della sua vita tramite i ricordi e l’immaginazione.
Il figlio ha un’amante che è incinta di lui e, ormai ammalato, fa ritorno a casa: per la madre, però, è un estraneo, perché è diverso da come aveva continuato a pensarlo e immaginarlo per sette anni. Ben presto, il giovane muore e la madre ha l’impressione che il morto sia l’altra persona, quello che lei riteneva l’estraneo, non il proprio figlio.

“DONN’ANNA: […] - Mio figlio, voi credete che mi sia morto ora, è vero? Non mi è morto ora. Io piansi invece, di nascosto, tutte le mie lagrime quando me lo vidi arrivare: - (e per questo ora non ne ho più!) - quando mi vidi ritornare un altro che non aveva nulla, più nulla di mio figlio.
DON GIORGIO: Ah, ecco - sì, cambiato - certo! Eh, l’ha detto lei stessa, dianzi, di sua sorella. Mi sa che la vita ci cambia, e…
DONN’ANNA: - e ci pare che possiamo confortarci dicendo così: «cambiato». E cambiato, non vuol dire un altro, da quello che era? Io non lo potei riconoscere più come il figlio che m’era partito. – Lo spiavo, se almeno un volger d’occhi, un cenno di sorriso a fior di labbro, che so… un subito schiarirsi della fronte, di quella sua bella fronte di giovinetto con tanti capelli fini – oh, d’oro nel sole! – mi avesse richiamato vivo, almeno per un momento, in questo che m’era ritornato, il mio figlio d’allora. No, no. Altri occhi: freddi. E una fronte sempre opaca, stretta qua alle tempie. E quasi calvo, quasi calvo. - Ecco, com’è là. (Accennerà alla camera mortuaria.) Ma deve ammettermi che io lo so, mio figlio come era. Una madre guarda il figlio e lo sa com’è: Dio mio, l’ha fatto lei! - Ebbene, la vita può agire così crudelmente verso una madre: le strappa il figlio e glielo cambia. - Un altro; e io non lo sapevo.
Morto; ed io seguitavo a farlo vivere in me.
DON GIORGIO: - Ma per lei dunque, signora; per come era per lei. Non morto per sé, se egli fino a poco fa viveva -
DONN’ANNA: - la sua vita, sì; ah, la sua vita, sì, e quella che egli dava a noi, a me! Ben poco ormai, quasi più niente a me. Era tutto là, sempre! (Indicherà lontano.) Ma capisce che cosa orribile m’è toccato patire? Mio figlio - quello che è per me, nella mia memoria, vivo - era rimasto là, presso quella donna; e qua, per me, era tornato questo che - che non potei più sapere neppure come mi vedesse, con quegli occhi cambiati - che non mi poteva dar più niente - che se pur con la mano qualche volta mi toccava, certo non mi sentiva più come prima. - E che posso saperne io, della sua vita, com’era adesso per lui? Delle cose, com’egli le vedeva; e quando le toccava, come le sentiva? - Ecco, vede? È così: quello che ci manca, ora, è solo quello che non sappiamo, che non possiamo sapere: la vita com’egli la dava a sé e a noi. Questa sì! Ma allora, Dio mio, si dovrebbe anche intendere che la vera ragione per cui si piange anche davanti alla morte è un’altra da quella che si crede”.
(Da "La vita che ti diedi", Atto Primo, Luigi Pirandello)

Rosalba

postato da: flash6155 alle ore 21:17 | link | commenti (37)
categorie: pirandello, cambiamento, divenire, eraclito, grazia deledda
venerdì, 20 giugno 2008

Pirandello: il dominatore perfetto della logica sua


Luigi Pirandello nella Stampa fascista


Luigi PirandelloPirandello, iscrittosi al partito fascista nel 1924, a breve distanza dal delitto Matteotti, riuscì ad ottenere dal regime i finanziamenti per creare il Teatro d’Arte di Roma.
Alcuni intellettuali fascisti, però, non l’apprezzavano e mostravano, nei suoi confronti, la spia di un clima culturale e di un gusto critico del giornalismo fascista, anche quando si mettevano alla prova nel campo della cultura e della letteratura.
Carlo Martello, in “Europa svegliati!” (1935), riconosce la grandezza e la bellezza dell’arte dello scrittore e la sua genialità, ma lo ritiene nemico della Rivoluzione e della generazione fascista. Per Pirandello, secondo Martello, il mondo si sarebbe fermato alla vigilia della guerra e le idee di questo mondo, per lui, non avrebbero più camminato; gli orgogli, gli impeti e le passioni sarebbero rimasti immobili al livello giolittiano, quello dell’Italia che non voleva la guerra e metteva alla berlina l’eroismo, rinunciando all’impero, perché impero significava sacrificio…
Martello l’accusa, inoltre, d’individualismo, mentre il pensiero fascista esalta l’eroismo che, in vista di una vittoria, unisce l’uomo singolo e la massa: una “aristocrazia che combattendo conduce” e un “popolo che seguendo combatte al pari”.
Come semplice artista, cioè come “dominatore perfetto della logica (la logica sua, naturalmente)”, lo sente vicino a sé, per il suo ragionamento dal metodo solido.
Come pensatore, invece, non gli è possibile catalogarlo fra i fascisti.
La Patria dei fascisti non è una “idea astratta da poeti”, bensì “realtà continuamente vivente”, vissuta di continuo “non solo dai poeti, ma anche dagli operai, dai contadini, dai soldati”.

Carlo Martello
Il caso Pirandello

Chi è Pirandello? Abbiamo promesso di non falsare le carte in tavola, non le falseremo. Pirandello ha rappresentato e rappresenta un momento glorioso del teatro italiano. Senza di lui il nostro palcoscenico, da oltre vent’anni, non avrebbe visto altro che una miserevole poltiglia di piccoli drammi senza arte né fascino o nervo. Vi è nell’arte di questo scrittore una grandezza e una bellezza, più esattamente forse una genialità, che noi per primi riconosciamo ed onoriamo.
Pirandello non fa però parte del nostro clima, del nostro tempo, della nostra passione rivoluzionaria. Non sappiamo davvero anche se come uomo, ma certo ed indubbio come scrittore. Di fronte a tale constatazione, frutto di istinto e di ragionamento nello stesso tempo, non possiamo rinunciare alla nostra insurrezione verso di lui. Per Pirandello il mondo si è fermato alla vigilia della guerra. Le idee di questo mondo, per lui, non hanno più camminato, i sentimenti, gli orgogli, gli impeti, le passioni sono rimasti immobili al livello giolittiano, dell’Italia giolittiana che non voleva la guerra, metteva in berlina l’eroismo, rinunciava all’impero, perché impersonifica sacrificio. […]
È questo il Pirandello che noi chiamiamo nemico della Rivoluzione e quindi anche nostro. Fra la sua anima e quella di noi, generazione fascista, vi è un abisso. Lui è ancora in mezzo al cerebralismo, schiavo, vittima e poeta di questo, noi siamo invece meno alti ma perciò più profondi; noi siamo nell’intimo dell’anima umana che soffre ben altri drammi ed è combattuta da ben altre guerre che quelle pirandelliane fatte di ombre, che aspira a ben altre cose, che ha bisogno di vincere e vivere non di ricette astratte, ma di forza e fede: forza e fede umane.
Non solo. Tutto il pensiero pirandelliano è ancora individualista, è il capolavoro non solo italiano ma mondiale, dell’individualismo. Noi fascisti siamo invece tutti dominati, tutti presi, tutti commossi da una idea di popolo e prima ancora che da una tale idea, sopra di questa, siamo esaltati da un sogno di impero per il quale occorre la fusione perfetta dell’uomo singolo e della massa: aristocrazia che combattendo conduce e popolo che seguendo combatte al pari.
Noi fascisti siamo per il combattimento, siamo per la guerra, siamo per l’eroismo, siamo tutti per un senso di umanità piena, spirito e carne, che deve salire, conquistare, vincere qualcosa che è in noi stessi e fuori di noi stessi, che è privatamente, singolarmente, individualisticamente nostro e nello stesso tempo di tutti: dei camerati, del popolo, della storia: la grandezza di quella grande immensa unica unità e famiglia terrena che nella mente del Pirandello, aristocrate della democrazia, non è mai passata: la Patria, una Patria non idea astratta da poeti, ma realtà continuamente vivente e di continuo vissuta non solo dai poeti, ma anche dagli operai, dai contadini, dai soldati.
Ecco il distacco fra noi (la nostra epoca) e il grande Pirandello. Grande senza ironia. Come semplice artista, tornitore di frasi, dominatore perfetto della logica (logica sua, naturalmente) e del sillogismo, ragionatore dal metodo solido, limpido, persuasivo, sintetico, noi possiamo salutarlo come uno dei nostri, o quasi. Come pensatore, invece, assolutamente non ci è possibile catalogarlo né tra la vecchia né tra la nuova guardia fascista. Né ci si dica che la sua è una satira. È un satireggiare allora con troppa compiacenza.
È antifascista Pirandello? Sebbene intorno al 1930 o ’31 abbia accordato una intervista nella quale annunciava la sua partenza per l’America onde poter finalmente scoprire una vera gioventù (!?!), a noi il fatto di un suo antifascismo politico personale, qualora ancora dovesse esistere, (e bisognerebbe provarlo) in questo momento non ci interessa affatto. Può essere anche non solo un fascista, ma un fascistone, un fascistissimo come tanti ve ne sono, di super-commendatori, ad ogni passo, con pancetta ed un fervorino sempre pronto sulla punta de la lingua: è certo che come scrittore e pensatore di libri e di drammi non è fascista perché afascista. Essendo afascista, è inutile oggi anno XIII voler sofisticare, è un antifascista anche se, come lo speriamo, non intenzionalmente.
(“Europa svegliati!”, 1935).

Rosalba

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